lunedì 23 settembre 2013

PROTEGGERE LA DEMOCRAZIA ROBERTO SAVIANO

Q
UESTE parole le scrivo
per lanciare un allarme.
La riforma della legge
sul voto di scambio così com’è
stata approvata alla Camera
dei deputati non sembra affat-to utile a disarticolare i rappor-ti tra mafia e politica: anzi ri-schia di essere solo poco più di
una messa in scena. Bisogna
andar per gradi e capire i moti-vi di questo allarme.
Nel 1992– sull’onda dell’in-dignazione per due stragi,
quella di Capaci e via D’Amelio
– venne introdotto nel codice
penale l’articolo 416-ter che
punisce chi ottiene la promes-sa di voti dalle associazioni ma-fiose in cambio di denaro. È la
norma tuttora vigente in mate-ria di scambio elettorale politi-co-mafioso, una norma che al
suo interno conserva un gra-vissimo limite. Per essere puni-bile, infatti, il candidato che ri-ceve la promessa di voti da par-te dell’associazione mafiosa
deve aver erogato in cambio
del denaro, che è considerato il
solo possibile oggetto di scam-bio. Ma questa è una situazione
difficilmente riscontrabile; alle
organizzazioni criminali non
interessano i soldi dei politici,
ma i soldi che i politici possono
far guadagnare loro. La politica
è soltanto un mezzo per velo-cizzare il profitto. Appalti, posti
di lavoro, licenze, concessioni:
è così che i clan guadagnano. L
E ORGANIZZAZIONI non si fanno
pagare per ogni voto, sono lungi-miranti: sanno che informazioni
per una gara d’appalto possono essere
molto più utili per far lavorare decine
delle loro ditte per anni; un’agevolazio-ne sul piano regolatore può trasformare
terreni agricoli in migliaia di metri cubi
di cemento; una firma su una licenza può
far aprire ristoranti che altrimenti non
esisterebbero. Favori, non soldi: è così
che i clan organizzano il loro sviluppo.
Da anni si attendeva che questa norma
venisse resa davvero efficace, con le mo-difiche necessarie; per i governi di cen-trodestra e di centrosinistra, però, que-sto obiettivo non è mai stato una priorità.
Ora invece sembrava che fosse giunto
il tempo di una reale riforma; la Camera
dei deputati si è decisa a lavorarci ed ha
approvato un testo con la quasi unani-mità; esso è stato così riformulato:
«Chiunque accetta consapevolmente il
procacciamento di voti con le modalità
previste dal terzo comma dell’articolo
416-bis in cambio dell’erogazione di de-naro o di altra utilità è punito con la re-clusione da quattro a dieci anni. La stes-sa pena si applica a chi procaccia voti con
le modalità indicate al primo comma».
All’apparenza potrebbe sembrare che i
problemi sono risolti; non è più solo l’e-rogazione di denaro punibile come pos-sibile oggetto di scambio, ma anche “al-tre utilità”. Nella norma, però, si è cam-biato anche molto altro; se prima basta-va la mera promessa di voti da parte del-l’organizzazione mafiosa perché il can-didato fosse punibile, ora è necessario
provare il procacciamento, cioè un’atti-vità concreta di ricerca e raccolta voti per
quel determinato candidato da parte
dell’organizzazione criminale, utiliz-zando la sopraffazione tipica delle orga-nizzazioni mafiose.
E questo punto della norma è quello
che preoccupa di più. Le mafie sono
avanguardia economica e hanno mec-canismi d’operatività ben più complessi
che la semplice intimidazione.
Il procacciamento di voti, del resto, è
molto difficile da individuare, perché
implica la necessità di cogliere il boss e i
suoi affiliati mentre fanno “campagna
elettorale” per il politico in questione,
convincendo — con i loro mezzi tipici —
i cittadini a vendere il loro voto. I loro
mezzi tipici in campagna elettorale rara-mente sono violenti: sono piuttosto pro-messe di lavoro, di favori, appelli a rap-porti familiari, insomma le dinamiche
utilizzate anche dai partiti. La riforma
della norma invece fa riferimento al
“metodo mafioso” con cui procacciarsi
voti.
I boss non fanno mai (tranne in raris-simi casi) campagna elettorale in prima persona, ed è quasi impossibile dimo-strare che un elettore si è venduto il voto
o ha votato sotto pressione. I clan sanno
benissimo che dimostrare un voto com-prato, condizionato, scambiato è impre-sa quasi impossibile per gli inquirenti, i
quali invece, grazie alle intercettazioni e
alle dichiarazioni dei pentiti, spesso rie-scono a provare che un patto è stato real-mente stipulato tra boss e politico. E
questo è il punto attorno a cui deve fon-darsi una norma antimafia sullo scam-bio dei voti.
Ed è per questa ragione che la norma
diventa solo un mero feticcio, un atto
mediatico. O peggio. Viene infatti il dub-bio che attraverso questa norma si pos-sano mettere in forse alcuni importanti
processi in corso sui rapporti mafia-po-litica; penso, ad esempio, al processo
contro l’onorevole Cosentino. Se venis-se approvata una riforma che regola in
maniera complessiva il rapporto mafia
politica, essa non rischierebbe forse di
essere l’unico riferimento per sanziona-re i comportamenti illeciti dei politici,
anche quando sia stato contestato il con-corso esterno in associazione mafiosa?
Nell’inchiesta Cosentino, infatti, men-tre è chiaramente raccontata la promes-sa-patto tra politica e camorra non v’è al-cuna possibilità di dimostrare che il clan
abbia effettivamente “procacciato” i vo-ti. La riforma nasconde allora una trap-pola salva-Cosentino?
In questi giorni sono in molti che sol-levano dubbi su questa disposizione e
questi dubbi meritano di essere rilancia-ti e presi in considerazione dalla politica.
Il testo del nuovo articolo 416-ter deve
essere ancora votato dal Senato. Siamo
ancora in tempo, quindi, per migliorarlo
com’è necessario.
Il presidente Grasso ne auspica l’ap-provazione entro la pausa estiva. È un in-tento meritorio, ma deve sapere che
questa riforma così com’è non realizza
nessun reale obiettivo di contrasto.
Tutt’altro. Rischia di essere un regalo ai
clan magari fatto in maniera distratta,
una riforma votata in alcuni casi perché
non si conosce abbastanza il tema o per
alcuni è stata votata senza leggerla.
Il voto di scambio è un sistema crimi-nale che uccide la democrazia al suo più
importante livello, nel suo luogo più im-portante: e cioè nella libertà del seggio
elettorale. Abbiamo aspettato 20 anni
per una legge efficace. Facciamo in mo-do di non sprecare questa occasione. In
questi giorni, in occasione del triste an-niversario della strage di via D’Amelio, è
stata ricordata sui giornali una frase di
Paolo Borsellino: “Politica e mafia sono
due poteri che vivono sul controllo dello
stesso territorio: o si fanno la guerra o si
mettono d’accordo”. Evitiamo che sia la
legge ad aiutare a metterle d’accordo di parte. C’è il famoso intervento
sulla prescrizione per rendere i
termini compatibili con una seria
lotta alla corruzione. Quest’ulti-mo è forse il passo di maggiore ri-levanza politica in tutto il pac-chetto, giustificato da una forte
pressione dell’Europa. Di pre-scrizione si parla diffusamente
anche nell’ultima direttiva Ue
sulle frodi, che risale al luglio
2012, e che il governo vuole rece-pire il più in fretta possibile. La
prescrizione sarà un sicuro terre-no di scontro, perché l’ipotesi più
gettonata, quella di bloccarla con
il rinvio a giudizio (tesi sostenuta
dal vice presidente del Csm Mi-chele Vietti)  non è ben vista dal
Pdl. Con i berlusconiani Letta do-vrà cercare una mediazione. Non
facile in questi giorni che “incro-ciano” la possibile sentenza del
processo Mediaset. Per questo di
prescrizione si parlerà più avanti.
Quanto al caso concussione, le
pressioni della magistratura per
tornare al passato, per cancellare
la contestata norma Severino che
ha separato la concussione per
costrizione (punita da 6 a 12 anni)
dalla induzione (da 3 a 8 anni),
con effetti deleteri sulla prescri-zione ridotta di un terzo, sono for-ti. Ma a palazzo Chigi ritengono
opportuno — prima di fare modi-fiche ulteriori che non tocchereb-bero i processi in corso —  atten-dere la decisione delle sezioni
unite della Cassazione che il 24 ot-tobre dovranno dire la loro sui
due reati e dare una definitiva in-terpretazione.
A settembre è atteso il passo
decisivo sul commissario anti-corruzione. I candidati sono mol-ti, a partire dall’attuale presiden-te della Corte dei Conti Luigi
Giampaolino. Letta è deciso ad
ancorare fortemente quella figu-ra, che diventerà la sua longa ma-nus su tutta la materia, alla presi-denza

domenica 15 settembre 2013

Irresistibile Tur turro, gigolò bruttino e innamorato

  Catherine Shoard
F
ading Gigolo, il film
scritto, diretto e in-terpretato da John
Tur turro e passato al
Festival di Toronto nei giorni
scorsi, è stato definito una
“commedia sexy a sfondo reli-gioso”. È stato senza dubbio il
film più originale e più affasci-nante del Festival di Toronto.
Tutti gli attori sembrano a pri-ma vista fuori parte, ma il risul-tato è stupefacente e inaspetta-to. Ma come è venuto in mente
a Turturro di scrivere un film
nel quale l’interprete principale
è un fioraio di buone maniere
che decide, spinto anche dal suo
amico  Woody Allen, un libraio
sull’orlo del fallimento, di de-dicarsi al mestiere di gigolò?
Proviamo a chiederlo a lui. “E’
un film sull’amore”, risponde.
Un amore ben pagato. Nel film
la tariffa del gigolo Turturro è
di 250 dollari per un incontro di
appena venti minuti, poco più
di una sveltina. Woody Allen,
pappone sprovveduto e impac-ciato, gli procura le clienti tra
cui  Sharon Stone , una derma-tologa svitata, e  Vanessa Para-dis, ebrea di tradizione chassi-dica, vedova e madre di sei figli
della quale Turturro si innamo-ra perdutamente. La prima vol-ta che Turturro le si avvicina e la
sfiora, Vanessa Paradis scoppia
a piangere. Ma tra i due è amore
a prima vista e Turturro la con-quista definitivamente con la
sua famosa zuppa di pesce ko-sher alla quale lei risponde con
un corsetto vecchia maniera ir-resistibilmente sexy. “Tira il
laccio”, gli dice. “È come una
cerniera lampo”. Per fortuna
quando non indossa i panni del
gigolo Fioravante, farci quattro
chiacchiere non costa nulla.
Certo il servizio non è comple-to, ma la compagnia di Turtur-ro mentre sorseggia un tè è
sempre piacevole. Ha tutta l’a-ria di essere in pace con se stes-so.
Come ha detto Turturro, il film
è una storia d’amore e tocca i
momenti più convincenti
quando sullo schermo ci sono
Turturro e Woody Allen. “Ave -vo la sensazione” – mi dice che
un accento e un tono di voce al-la Woody – “che lui e io sarem-mo stati una coppia interessan-te”. Turturro e Allen già si co-noscevano – Turturro aveva
avuto una particina in “Hannah
e le sue sorelle” – ma Woody Al-len è venuto a sapere dell’idea
del film dal barbiere che en-trambi frequentano. Detto per
inciso, a giudicare dal taglio di
John e Woody, il barbiere deve
essere un vero  Fi ga ro  , un mae-stro delle forbici. La montagna
di pelliccia nera sulla testa di
Turturro ha del prodigioso e i
soffici capelli bianchi del set-tantasettenne Woody sembra-no finti per quanto sono belli.
Turturro gli parlò dell’idea e
Woody si offrì di dare un con-tributo alla stesura della sce-neggiatura e gli consigliò di leg-gere i racconti di Isaac Singer
per meglio conoscere gli aspetti
del chassidismo. “’Vuoi fare un
filmetto da quattro soldi o un
film che abbia un certo livello di
credibilità anche culturale?’ mi
chiese Woody”, racconta Tur-turro. Alla fine collaborarono al
progetto: “Il film è figlio mio
quanto di Woody”, spiega.
Entrambi concordarono sul
fatto che nel film doveva esserci
un ostacolo, una difficoltà dif-ficile da superare. L’ostacolo, la
difficoltà è la religione che si
mette tra il fioraio innamorato
e la bella vedova. Ma non è il
solo ostacolo. C’è anche un po-liziotto di nome Liev Schrei-ber.
“Io avevo pensato che lei dove-va essere musulmana o suora o
chassidica”, aggiunge. “Alla fi-ne abbiamo deciso che doveva-mo puntare su una donna ebrea
di tradizione chassidica, ma in
realtà il personaggio di Vanessa
Paradis è anche una mezza suo-ra, una che indossa sempre abiti
dimessi e che sembra disinte-ressata agli aspetti materiali
della vita”. Turturro fa una pau-sa poi prosegue: “La religione
ha molto a che fare con il sesso.
Sono cose che mi interessano.
Ho sempre amato “Narciso ne-ro”, il film inglese del 1947 con
Deborah Kerr. Tutti i personag-gi erano appassionati e l’intero
film trasmetteva sensazioni
erotiche”. Dà un sorso alla tazza
di tè. “Mi piacciono moltissimo
i film sulle suore”.
Turturro è nato a Brooklyn da
genitori immigrati dall’Italia di
religione cattolica. Come attore
è estremamente affidabile e
non tradisce mai i registi che
credono in lui. “Fading Gigolo”è
la sua quinta prova come regi-sta e ha tutta l’aria di volersi im-porre all’attenzione del pubbli-co quanto e più di “Romance
and Cigarettes”, il suo bellissi-mo musical con Kate Winslet e
James Gandolfini. In fondo l’i-dea di amore di quest’ultimo
film non è molto dissimile da
quella di Romance and Cigarettes.
“È stato un tentativo – spiega il
cinquantaseienne Turturro – di
far capire come può essere la vi-ta sessuale delle persone di
mezza età. In particolare del
personaggio principale, un uo-mo colto e solitario che abita
nella tumultuosa New York”.
L’aspetto più interessante del
film di Turturro è la sua visione
del desiderio femminile. Nel
film il personaggio di Turturro
rimane un po’ nell’ombra: ap-passionato sotto le lenzuola, ma
freddino e impacciato in tutte le
altre situazioni. Il personaggio
di Sharon Stone dice, a un certo
punto, che a renderlo così in-teressante è proprio il suo mo-do di fare distaccato. Secondo
lei è proprio questo che voglio-no le donne? “Per le donne è
importantissimo che un uomo
sappia ascoltare. E poi, per dirla
con Lincoln, non c’è niente di
più affascinate e irresistibile
della gentilezza. Invecchiando
anche io sono diventato molto
sensibile alla gentilezza”, mi di-ce sornione. “Mi piacciono le
donne; mi interessano. E mi è
subito piaciuta l’idea di un uo-mo come me, non particolar-mente bello, capace di essere
sensibile e di dare piacere”.
© The Guardian
Traduzione di Carlo Antonio
Biscott

I MIEI ULTIMI GIORNI NEL CILE DI ALLENDE

L
uis Sepúlveda, iniziamo dal ricordo di quelle ore. A mez-zogiorno dell’11 settembre viene bombardato il Palazzo
della Moneda. Tu e gli altri membri del gruppo delle
guardie del corpo più vicine ad Allende dove eravate?
Con altri due compagni del Gap, del gruppo di amici per-sonali ossia la guardia del corpo di Allende, eravamo respon-sabili della sicurezza di una installazione che dava l’acqua
potabile a Santiago perché il fascismo, la controrivoluzione
cilena, finanziata dagli Stati Uniti e gruppi paramilitari ave-vano intentato azioni per eliminare l’acqua. Poi una parte del
gruppo stava nella residenza di Allende, altri alla Moneda
con lui.
E quando hai saputo del Golpe?
Il primo desiderio è stato di andare alla Moneda. Però già la
resistenza dei quartieri popolari era forte, come nei settori
industriali della città. Siamo arrivati a un ospedale del Sud di
Santiago dove i soldati avevano ammazzato dottori, pazienti,
gente che ci lavorava. Qui abbiamo sentito le ultime parole di
Allende da Radio Magallanes , l’ultima al servizio del governo
democratico, con le istruzioni del presidente di non lasciarsi
m a ta re , non morire, sopravvivere e organizzare la resisten-za.
Cosa ricordi di quelle ore?
È stato un giorno particolare, strano, non solo terribile e do-loroso. Era settembre, l’inizio della primavera, un mese di sole,
con la temperatura che aumenta tutti i giorni. Quell’11 di set-tembre è stato un giorno di pioggia; una pioggia che dava alla
città un colore stranissimo, un colore di penombra che era una
sorta di premonizione del tempo che si avvicinava.
La cornice al dramma...
I morti, i tanti compagni visti per l’ultima volta, altri li ho in-contrati anni dopo nell’esilio, altri in carcere, altri sono scom-parsi. È stato il giorno più lungo e terribile della mia vita perché
era la fine di una forma dell’essere. Da un punto di vista io, l’11
settembre del ’73, ero un giovane di 23 anni. Alle 5 della sera di
questo giorno già la giovinezza era passata, era sconfitta.
Improvvisamente adulto, cosa hai fatto?
Sopravvivere. Organizzare la resi-stenza, il movimento popolare.
Nei mesi precedenti, cosa vi aspet-tavate? C’è stata una incapacità di
capire cosa stava accadendo?
Sentivamo un profondo rispetto per
l’esperienza di altri paesi dove era
possibile una rivoluzione armata
ma sapevamo che il Cile era diverso.
Avevamo una particolarità, una sin-golarità nel continente americano
che rendeva il Cile un paese dove era
possibile arrivare a un socialismo
democratico per la via pacifica.
Pe rc h é ?
La nostra tradizione democratica
era la più lunga di tutto il conti-nente americano se si pensa che il
Parlamento cileno, fino all’11 set-tembre del ’73, è stato il parlamen-to più antico del mondo dopo
quello britannico.
Ma c’erano stati segnali prima del-l’11 settembre?
A giugno un primo tentativo di
golpe militare, soffocato grazie a
un generale leale ad Allende, Carlos Prats, poi ucciso in Ar-gentina.
Avete sottovalutato la situazione?
Quando l’insurrezione militare di giugno era stata già scon-fitta, 100 mila operai si concentrarono di fronte alla Moneda
al grido: “ Armi, armi, armi! ”. Allora il generale Prats disse ad
Allende: “Presidente, se mi dà l’ordine io apro gli arsenali di
guerra e armo il popolo”. E Allen-de: “No. Questa è una rivoluzione
democratica, pacifica, con pieno
rispetto delle istituzioni”.
Poi c’è stato un crescendo...
Sì, come lo sciopero dei trasporti
finanziato dagli Stati Uniti: se si
guadagnava 100 per un giorno di
lavoro, l’ambasciata americana pa-gava 1.000 per stare fermi.
E voi?
Consegnavamo tutto: medicine,
alimenti. E grazie ai camion dei
compagni militanti dell’Unità po-polare, ai taxi, alle biciclette. Uti-lizzavamo tutto per non paralizza-re il paese. E la guerra che combat-tevamo si chiamava guerra della
produzione. La ricchezza del Cile è
il rame, lo avevamo nazionalizzato,
e lo esportavamo non solo come
una materia prima, ma lavorato,
manifatturato. Il rame significava
lavoro per quasi 300 mila operai.
Inoltre avevamo un grande potenziale agricolo ed energetico
e la fiducia nella nostra capacità di frenare la controrivo-luzione.
Pe r ò . . .
Abbiamo sottostimato il ruolo degli Stati Uniti. Il presidente
Nixon decise di eliminare il governo come una questione
personale, Kissinger fece di tutto per finanziare la contro-rivoluzione anche con l’arruolamento di mercenari, di cri-minali che arrivarono nel Cile a seminare il terrore.
Gli Stati Uniti non potevano permettere un’altra Cuba.
Penso che il grande peccato sia stato sottostimare l’impor -tanza crescente dell’esempio della rivoluzione cilena perché
era perfettamente imitabile in altri paesi che avevano una
traiettoria politica democratica che si avvicinava alla nostra,
come l’Uruguay, per esempio. Anche l’importanza interna-zionale della nostra rivoluzione era crescente. Nel 1972, al-l’assemblea generale delle Nazioni Unite, Allende ha fatto un
discorso che ha prefigurato i grandi poteri delle compagnie
multinazionali, dell’impresa anonima in quanto alla nazio-nalità (perché non si sa che paese rappresenta il consiglio
degli azionisti per esempio di una grande multinazionale).
Allende disse che queste grandi compagnie cominciavano a
rimpiazzare la sovranità dello stato.
Andare in esilio dopo quattro anni è stato l’esito di una conside-razione realista o portava anche un senso di sconfitta?
No, era inevitabile. Sono stato quasi tre anni in prigione e,
dopo una farsa di giudizio, condannato prima alla pena ca-pitale poi a 28 anni. I prigionieri politici non avevano diritto
a un difensore, ma a un avvocato militare che era nominato
dalla stessa giustizia militare. Un giorno il mio mi disse: “Ho
una buona notizia”. E io: “Non mi ammazzano con la forca,
mi fucilano?”. “No, ti cambiano la condanna di morte con 28
anni di carcere”. Pensai: bene, ne ho 23. Sarò libero a 51. Mi
resta tempo per vivere...
E invece...
Quando stavo per entrare in carcere, una ragazza di Amburgo
che non conoscevo, attivista diAmnesty Internationall, che in-credibilmente aveva letto due miei racconti pubblicati nella  Ddr, ha cominciato la campagna che ha portato Amnesty a
reclamare la libertà di un prigioniero di coscienza. Con un
risultato: mi hanno applicato un famoso decreto della dit-tatura, il numero 501: da 28 anni di carcere all’esilio.
Destinazione Germania?
No, la Svezia. Ma il volo faceva scalo a Buenos Aires e qui ho
deciso che volevo restare vicino al Cile, in Sudamerica.
Nonostante il pericolo.
Sì, ma era impossibile la permanenza a Buenos Aires perché
c’era una dittatura terribile. Dall’Argentina sono andato in
Uruguay ma era la stessa storia. Ho ritrovato vecchi com-pagni o famiglie di compagni che mi hanno detto: “Per noi sei
il benvenuto però la situazione è questa”. Quindi il Brasile. Lì
ho cominciato a lavorare in un teatro di cui era direttore un
mio ex compagno della scuola di teatro dell’università del
Cile, un brasiliano. Tre settimane, ma un giorno è arrivata la
polizia politica brasiliana e in 48 ore ho dovuto abbandonare
il paese.
A quel punto?
Il Paraguay e poi la Bolivia. Avevo tanti amici anche in Bo-livia ma era la stessa situazione.
Tutto il Sudamerica.
Sì, poi il Perù. Un giorno casualmente un grande scrittore
ecuadoriano, Jorge Enrique Adoum, mi ha falsificato un do-cumento per visitare e lavorare in Ecuador. E in Ecuador ho
fatto tante cose: ho lavorato nella stampa, sono stato pro-prietario di un piccolo caffè-teatro, poi una spedizione in
Amazzonia che dopo mi ha dato il materiale per la scrittura
de “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”.
Torniamo a quei momenti. Nelle ore successive, nei
giorni successivi cosa facevate? Quanto contava la so- lidarietà del mondo?
Abbiamo scoperto la solidarietà dal primo giorno. Non c’era
internet, l’unica possibilità di sapere era la radio e le trasmissioni
a onde corte. Ricordo che la prima grande dimostrazione di
solidarietà arrivò attraverso Radio Nederland, nella trasmissione
in spagnolo della radio olandese che parlava di grandi mani-festazioni di gente ad Amsterdam, a Berlino, a Roma eccetera.
Non eravamo soli. La solidarietà internazionale stava funzio-nando. Poi Radio Mosca cominciò con una trasmissione che si
chiamava “Escucha Chile”, tre volte al giorno.
Come vi organizzavate?
Sapevamo che la nostra capacità non era la stessa della forza
armata però sapevamo che la simpatia popolare permetteva
piccole azioni. Già il 15 di settembre il primo atto operativo
militare della resistenza: l’assalto a tre camion del pane e la
distribuzione in un quartiere popolare. Poi le prime pubbli-cazioni di una sinistra clandestina, distribuite alla fermata del
bus, nella stazione del metro, lanciate nella strada da un edificio,
nell’università. Alla dittatura, che
diventava più brutale, più forte, la
risposta era sempre uno sforzo im-maginativo per conservare la resi-stenza. La differenza tra socialista,
comunista, Mir era scomparsa: tutti
compagni, tutti nella stessa trage-dia. Nei sedici anni della dittatura,
Pinochet e i suoi uomini non hanno
conosciuto un solo giorno di pace:
tutti i giorni hanno avuto un’azione
della resistenza, due azioni. Esecu-zioni dei criminali della dittatura.
Cosa resta di allora?
Provo una rabbia enorme nel ve-dere che l’attuale dirigenza poli-tica cilena della destra e del cen-tro-sinistra che ha governato ven-ti anni ha dimenticato questo, ha
dimenticato lo sforzo che ha signi-ficato mantenere una resistenza.
Pensavate che la dittatura sarebbe
durata così a lungo?
No, no. Questa è una cosa che è
comune a tutti i popoli. Nessuno
pensa che la dittatura durerà tanti
anni. I vecchi spagnoli dicevano sempre: “No, in questo anno
Franco cade”. Ma c’erano cose difficili da capire. Per esempio
che un paese comunista come la Repubblica popolare cinese
fosse stato il primo paese, ancora prima degli Stati Uniti, ad
avere rapporti diplomatici e commerciali con la dittatura di
Pinochet; che la ex Unione sovietica, affratellata con il Partito
comunista cileno, non avesse interrotto le relazioni con la dittatura e anzi le col-tivasse. Per noi la so-lidarietà più impor-tante è giunta dai di-scorsi di Willy Brandt
in Germania e Olof
Palme in Svezia.
Q u a ra n t ’anni  dopo,  che  cittadino  si  sente  Luis  Sepùlveda?
Di tanti paesi. Il mio è un passaporto tedesco e ringrazio la
Germania perché mi ha dato la possibilità di girare il mondo
senza problemi. Vedi, per un lungo periodo sono stato un
apolide, ed è terribile avere il passaporto che ti danno le Na-zioni Unite, un passaporto blu. Sei sempre l’ultimo nell’ae -roporto, sempre sospetto. Ti lasciano o non ti lasciano salire
sull’aereo: tutto dipende dalla volontà del comandante del-l’aereo. Ti lasciano o non ti lasciano entrare in un paese: tutto
dipende dal poliziotto che guarda il tuo passaporto. Sei un
uomo di quarta categoria.
E adesso com’è il Cile, quarant’anni
d o p o?
Tutte le dittature lasciano un frutto
e questo frutto è un frutto terribile,
è un frutto ideologico. Non si fi-nisce con questo frutto ideologico
della dittatura in maniera veloce
perché è una questione culturale
che si installa nella società. È l’in -dividualismo, la negazione della
cultura, la negazione della memo-ria, la negazione della storia anche.
Però una parte importantissima
della società cilena ha cercato di re-cuperare tutta la memoria, tutte le
storie e di contribuire al racconto
della nostra società in una maniera
completa. E curiosamente la gente
più entusiasta di questo sono i gio-vani del Cile.
Con un’eredità terribile...
Certo, se poi si pensa che la ditta-tura è finita nel 1990, non si capisce
come nel 2013 il paese abbia la stes-sa costituzione lasciata da Pino-chet, scritta per Pinochet, in favore
della dittatura e della gente affine al dittatore.
Che ne pensa del governo attuale?
Sebastián Piñera è un uomo di evidenti limiti intellettuali, il
poverino non è incolpabile di questo, ma Piñera e tutto il suo
corpo di ministri è tutta gente che ha fatto fortuna con la
dittatura. Sono stati complici della violazione dei diritti uma-ni.

lunedì 2 settembre 2013

La rivoluzione dei diritti da Malala al Datagate di Rodota

V
I È un filo robusto che
unisce alcune vicende di
questi giorni – il discorso
all’Onu della giovane pakistana
Malala e il Datagate, le parole di
Papa Francesco a Lampedusa e
le decisioni in materia economi-ca di corti costituzionali di diver-si Paesi. In tutti questi casi vi è un
visibile conflitto tra diritti e po-teri globali: il diritto all’istruzio-ne contrapposto al potere del
terrore; il diritto alla privacy di
fronte al potere di chi vuole eser-citare un controllo planetario
sulle persone senza limiti e sen-za frontiere; il diritto dei migran-ti contro il potere escludente de-gli Stati; il diritto di ciascuno a
non essere ridotto ad oggetto
contro il potere del mercato.
Si è venuta accreditando, in
questi anni, una lettura del mon-do che lo vede sempre più domi-nato da poteri incontrollabili,
perché la dimensione globale
sfugge alla possibilità di regola-zione degli Stati e perché l’unica
legge sarebbe ormai solo quella
del mercato, legge “naturale” di
fronte alla quale ogni altra regola
diviene priva di forza e di senso.
Davvero un mondo ad una sola
dimensione, unificato dalle pre-tese di una superpotenza o affi-dato a soggetti nuovi, come Face-book, ormai terza “nazione” del
pianeta con il suo miliardo di
“abitanti”. Ma le vicende ricorda-te prima ci dicono che non è così,
che di fronte ai nuovi padroni del
mondo, ai nuovi sovrani globali,
si manifesta con intensità cre-scente la forza regolatrice dei di-ritti, che può restituire alla politi-ca il ruolo che le è stato sequestra-to dal riduzionismo economico. L
o sfondo, peraltro, è quello delle
molte e difficili “primavere”, del-le proteste diffuse che inducono
più d’uno a parlare dell’avvio di
una “rivoluzione globale” proprio intor-no alle rivendicazioni di diritti.
Nelle parole ferme ed eloquenti di
Malala si deve cogliere proprio questo
spirito. Non vi è soltanto il rifiuto del ter-rorismo, l’orgogliosa rivendicazione del
“non mi piegheranno”. Vi è una indica-zione politica precisa: il diritto all’istru-zione è l’arma più potente, e per ciò più
temuta, nella lotta al terrorismo. Sì che la
strategia militare, l’unica effettivamen-te praticata con enorme dispendio di ri-sorse economiche, non può mai essere
sufficiente. Vi è un dovere degli Stati di
intervenire perché il diritto all’istruzio-ne sia effettivo e garantito a tutti: quelli
che insistono sulla necessità di accom-pagnare al discorso dei diritti quello dei
doveri, dovrebbero cimentarsi con temi
come questo, e non usare l’insistenza
sui doveri come strumento per svuotare
di significato soprattutto i diritti sociali.
La riflessione sulla lotta al terrorismo
al di là della pura logica militare o poli-ziesca incontra la questione del Dataga-te. La reazione ad una schedatura plane-taria ad opera degli Stati Uniti ha rimes-so in onore un diritto, quello alla privacy,
alla protezione dei dati personali, di cui
si era certificata la morte proprio per le-gittimare qualsiasi raccolta di informa-zioni personali, riducendo le persone al
ruolo di fornitori obbligati di dati ritenu-ti necessari per il funzionamento del
mercato e di meccanismi totalizzanti di
controllo. Di nuovo la rivendicazione
planetaria di un diritto, di cui siamo tor-nati a scoprire la funzione di tutela di li-bertà fondamentali.
Al fondo di queste due vicende si sco-pre l’assoluta mancanza di rispetto per i
diritti di tutti e di ciascuno, sempre sa-crificabili per una ragion di Stato o di
mercato. Si è radicata  quella indifferen-za peraltro denunciata a Lampedusa dal
Pontefice, con accenti che toccano in
primo luogo e giustamente i migranti,
ma che davvero riguardano tutti. La co-struzione intorno ai migranti di un nuo-vo modo d’intendere i diritti è davvero
questione ineludibile, per la qualità e
quantità del fenomeno, globale per de-finizione e dal quale dipende l’assetto
futuro del mondo. È una “politica dell’u-manità” che deve essere avviata, indi-spensabile perché ciascuno di noi possa
uscire da una condizione che ci ha fatto
prigionieri dell’egoismo, che ha inter-rotto i legami sociali, che ci consegna
una società frammentata nella quale,
come ha scritto Luigi Zoja, facciamo i
conti con “la morte del prossimo”.
Nel suo ultimo romanzo, Aldo Busi ha
descritto con parole dirette questa con-dizione: «C’erano una volta gli altri e poi
improvvisamente scomparvero dalla
faccia della terra e io non fui pertanto più
un altro per nessuno». Alla scomparsa
delle persone, sostituite da astratti si-mulacri modellati sulle esigenze del
consumo o del controllo, si reagisce pro-prio rivendicando la materialità dell’es-sere e dei bisogni, e misurando su questi
i diritti di ciascuno. Ritorna imperioso il
bisogno di pronunciare la parola più ne-gletta della triade rivoluzionaria, “fra-ternità”, ricordando che l’articolo 2 del-la nostra Costituzione parla di “doveri
inderogabili di solidarietà politica, eco-nomica e sociale”. Non a caso si invoca
oggi una “solidarietà globale” come
orizzonte della politica. Così la rivendi-cazione dei diritti, che qualcuno vuol
leggere come estrema frontiera dell’in-dividualizzazione, si immerge invece
nel contesto sociale, trova le sue radici in
una “rivoluzione della dignità” che non
è solo quella del singolo, ma la “dignità
sociale” alla quale si riferisce l’articolo 3
della Costituzione. Forse possono tor-nare tempi propizi per quello che Eligio
Resta ha chiamato un “diritto fraterno”.
Queste non sono dichiarazioni di
buoni propositi o sentimenti, ma linee
direttive lungo le quali si muovono con-cretissimi interventi a tutela della perso-na e dei suoi diritti. Se, per fare un solo
esempio, si considerano le molte sen-tenze con le quali diverse corti hanno af-frontato il conflitto tra il diritto fonda-mentale alla salute e il potere di Big Phar-ma, delle grandi multinazionali farma-ceutiche, si coglie una tendenza a far
prevalere le ragioni della salute su quel-le del profitto con caratteristiche davve-ro globali, visto che si va dalle corti costi-tuzionali di Sudafrica e India alla Corte
di Giustizia dell’Unione europea, alla
Corte Suprema degli Stati Uniti. Que-st’ultima, il 13 giugno, ha pronunciato
una sentenza che pone limiti alla bre-vettabilità del genoma, con diverse spe-cificazioni, ma sostanzialmente acco-gliendo le sollecitazioni di chi voleva in-frangere il monopolio di una società,
Myriad Genetics, per quanto riguardava
i test riguardanti il cancro al seno. E, in
più di una decisione, la prevalenza ac-cordata ai diritti fondamentali è stretta-mente collegata con la considerazione
come beni comuni dei mezzi diretta-mente necessari per la loro attuazione.
Nel mondo globale, dunque, si spri-giona oggi una forza dei diritti che si ma-nifesta nei luoghi più vari e ad opera di
una molteplicità di soggetti. Si affianca-no, e talora si sostengono reciproca-mente, movimenti popolari e interventi
delle corti, iniziative legislative e azioni
di gruppi sociali organizzati. Qui la poli-tica deve fare le sue prove, pena la sua
crescente marginalizzazione. Dobbia-mo ricordarlo oggi, perché si avvicinano
le elezioni europee e la delegittimazione
dell’Unione, dovuta alla sua totale iden-tificazione con la logica dei “sacrifici”,
può essere arrestata solo se si ricorda che
esiste un ordine europeo nel quale, con
lo stesso valore giuridico dei trattati, esi-ste una Carta dei diritti fondamentali.

domenica 11 agosto 2013

Effetto Snowden un mondo senza segreti di Roberto saviano

L CASO Edward Snowden di-mostra che le democrazie sono
cambiate per  sempre. La rete
ha modificato il lavoro di intelli-gence che sino ad ora aveva carat-terizzato i servizi segreti del piane-ta. Ha sottratto le informazioni dal-la disponibilità di pochi e le ha mes-se potenzialmente  nella disponibi-lità di tutti. La rete ha posto fine a
una prassi secondo cui le potenze
raccoglievano e gestivano infor-mazioni che, nel silenzio, serviva-no a mantenere equilibri di potere N
el 1956 il Mossad riesce a individuare
una copia del rapporto di Kruscev sui
crimini di Stalin. Un documento che
avrebbe cambiato per sempre il mon-do, ma che non fu, allora, reso pubblico. La forza
dell’intelligence era la segretezza: i vertici sape-vano? Ma la gran parte delle persone no.
La forza di un’informazione risiedeva proprio
nel fatto che fosse privata: chi la possedeva era un
privilegiato. Oggi le cose sono completamente di-verse. Oggi c’è il web, innanzitutto, che tende a
diffondere rapidamente notizia o pseudo-noti-zia: il web è un mare magnum dove si può trovare
chiunque e qualsiasi cosa. È difficilissimo, talvol-ta praticamente impossibile, discernere il vero
dal falso: teorici del complotto che si esercitano su
ogni episodio, video che sembrano autentici si ri-velano fake, blogger dediti all’arte della denigra-zione. Nemmeno il metro della quantità è un cri-terio utile: migliaia di «mi piace» su Facebook o
centinaia di retweet non sono garanzia né di veri-dicità né prova di un reale interesse. Si concede un
apprezzamento massificato a idiozie, si diffon-dono notizie prive di sostanza o, peggio, false.
Ma allo stesso tempo verità importanti che un
tempo restavano segrete, o confinate in nicchie
che nessuno scopriva, con la rete giungono im-mediatamente a tutti. Ad esempio: un filmato ri-preso con un telefonino sulle violenze della poli-zia non potrà mai più essere nascosto. In una si-tuazione del genere, i giornali, i media classici, si
trovano davanti al compito difficilissimo di fun-gere da setacci volti a filtrare solo le notizie a pro-va di verifiche. I siti dei quotidiani oggi hanno
questo ruolo cruciale: costruire autorevolezza.
Eppure tale ruolo è minato nella sua credibilità
dagli evidenti condizionamenti politici e ancor
più economici che gravano sugli assetti e bilanci
di molti dei media tradizionali: fragilità economi-ca innescata proprio dalla trasmigrazione in rete
della fruizione di notizie.
In questo smottamento generale del sistema
dell’informazione, si giunge allo snodo Edward
Snowden. La sua vicenda richiama quella di Ju-lian Assange, anche se i metodi per far saltare i di-spositivi di segretezza sono molto diversi. Ma As-sange prima e Snowden poi, da soli, riescono a
mettere in crisi sistemi complessi per un motivo
semplice: si fanno network. In passato possesso-ri di informazioni potevano essere eliminati facil-mente, oggi nessun Michelotto Corella, il boia
mandato da Cesare Borgia a eliminare i nemici
che sapevano troppo, potrebbe cancellare o bloc-care i file che vengono prodotti.
Julian Assange comprende che basta un unico
tassello che porti informazioni fuori dalla struttu-ra perché l’intera struttura crolli. Quel che rende
forte un’azienda o uno Stato è che ciò che accade
al suo interno rimanga cono-sciuto soltanto a pochi o che
venga decodificato, tradotto,
prima di essere diffuso. Invece
Assange prima e ora Snowden
hanno fatto in modo che quelle
informazioni raggiungessero il
web senza filtro, mediazione,
spiegazioni. Wikileaks non fa
altro che creare una piattafor-ma digitale dove possono esse-re riversate informazioni: As-sange garantisce che siano autentiche ma non
può esser certo che non siano state manipolate o
diffuse con fini manipolatori. Sarà la rete a deco-dificarlo.
È evidente che questo offre il fianco a molte
contraddizioni. La rete è aperta a tutti, anche a chi
fa circolare menzogne. (Del resto, Assange questo
meccanismo lo conosce bene, l’ha sperimentato
sulla propria pelle: esistono blog e troll che co-stantemente lavorano sul web per delegittimar-lo). Nonostante questo rischio le rivelazioni di
Wikileaks hanno fatto tremare il potere perché
hanno fornito delle prove. Questo è il vero centro
della riflessione. Proprio qui è la differenza tra il
mondo liberale e i tribunali ri-voluzionari di qualsiasi stam-po. Le controinchieste in stile
brigatista che ancora oggi si
possono trovare in rete sui siti di
estremisti di ogni colore, si ba-sano su generiche condanne
del «sistema» dalle quali veniva
dedotta la colpevolezza dei suoi
esponenti. Non serve avere
prove: banche, politici, ameri-cani, imprenditori, attori, tutti
sono colpevoli e criminali nella loro essenza di ca-pitalisti, o occidentali, dipende dal punto di vista.
È l’ideologia a emettere la sentenza. Assange in-vece raccoglie documenti, Snowden diffonde fat-ti di cui è a conoscenza. In qualche misura sono
dentro la democrazia non sono, come vogliono
dimostrare i loro detrattori, contro la democra-zia. Non hanno il profilo del gruppo rivoluziona-rio o terrorista che costruisce teoremi. Hanno
prove, fanno venire alla luce comportamenti
scorretti, alleanze trasversali, patti segreti, spio-naggi inconfessabili.
Oggi la grande sfida sta nel rivolgersi alla de-mocrazia, all’approfondimento puntuale dei
meccanismi di controllo del suo funzionamento.
Le informazioni divulgate da Assange e Snowden
sono decisive: forse non sono cruciali, forse non
cambiano davvero la nostra conoscenza di quel
che accade nel mondo, forse confermano sospet-ti che avevamo già. Ad esempio: potevamo im-maginare che i servizi segreti spiassero non solo
milioni di cittadini ma anche le diplomazie dei
paesi alleati: ma c’è una differenza sostanziale tra
avere un sospetto e avere una prova di questo.
Ma c’è un’altra faccia della medaglia: se la se-gretezza sta diventando impossibile anche la pri-vacy, elemento sacro per mantenere la propria di-gnità, rischia di essere per sempre violata. Si può
calpestare la privacy dei cattivi affari? Si deve far
saltare la segretezza degli affari criminali, per
esempio. Ma non quella personale, il dettaglio
privato, qualunque dettaglio riferito a qualsiasi
persona ne mini la reputazione o la renda anche
solo ridicola. I grandi media iniziano a porsi dei li-miti e a decidere cosa pubblicare e cosa no: veri-ficano e decidono non solo cosa è vero e cosa è fal-so ma anche cosa è importante e cosa no per l’o-pinione pubblica. Il resto è affidato all’autarchia
e all’anarchia della rete: cioè alla responsabilità
dei singoli che premono il tasto invia e stabilisco-no cosa va on line. Quale mondo sta venendo fuo-ri? Un mondo in cui è impossibile difendersi. Ma
soprattutto un mondo dove sta diventando sem-pre più difficile difendere l’informazione e valu-tarne l’attendibilità.
Forse è presto, ma prima o poi, bisognerà por-re il problema delle regole nel vasto mare del web.
Il mondo è cambiato, la fine della segretezza è
un fatto: ma non è in sé garanzia né di democra-zia né di miglioramento dello stato di cose pre-senti. Ci sono molte domande a cui prima bisogna
rispondere: come decodificare il vero dal falso?
Come evitare che questa distruzione di privacy
calpesti i diritti individuali facendo sentire tutti
potenzialmente estorti e deboli? Come permette-re che le informazioni modifichino davvero i
meccanismi del potere? Come evitare che lo stes-so potere avveleni i pozzi del web, manipolando,
indirizzando, diffondendo informazioni a suo
piacimento? Il mondo con Snowden è cambiato
per sempre

martedì 16 luglio 2013

Colesterolo Gioca d’anticipo con lo stile di vita

I
n fondo le regole per stare bene sono due,
e note fin dall’antichità: fare movimento
e seguire una dieta sana. E, guarda caso,
sono proprio le prescrizioni cardine per chi
soffre di una delle patologie più diffuse nelle
società del benessere: l’ipercolesterolemia,
cioè i livelli di colesterolo eccessivamente al-ti nel sangue; prodotti, nella maggior parte
dei casi, dall’alimentazione insana e dalla
sedentarietà. Il colesterolo svolge un ruolo
fondamentale nell’organismo ma, appena
lo perdiamo d’occhio, può trasformarsi in
uno dei nemici più pericolosi della nostra sa-lute. Per questa ragione le raccomandazioni
di controllarne costantemente i livelli non
sono mai troppe: c’è infatti una stretta cor-relazione tra il tasso di colesterolo totale - e
in particolare delle lipoproteine Ldl - e l’in-cidenza di malattie cardiovascolari e cardio-patie coronariche. Prodotto in parte dal fe-gato, in parte introdotto nell’organismo at-traverso l’alimentazione, viene comune-mente suddiviso in “buono” e “cattivo”, ma
in realtà è uno solo. Quello che cambia sono
le proteine che ne permettono il trasporto
nel sangue. Le Hdl (lipoproteine ad alta den-sità) prelevano il colesterolo dalle pareti del-le arterie, ostacolando la formazione delle
placche aterosclerotiche, cioè gli ispessi-menti dello strato più interno delle arterie.
Mentre le Ldl (lipoproteine a bassa densità)
favoriscono l’accumulo del colesterolo nel-le pareti arteriose, portando alla formazione
delle placche.
Le principali regole per mantenere il giu-sto livello di colesterolo sono semplici. Se-guire un regime alimentare corretto, evitare
l’eccesso di alcol, tenere il peso sotto con-trollo e fare attività fisica con regolarità. Il ta-bacco è molto pericoloso: più sigarette si fu-mano, maggiore sarà il rischio di problemi
alle coronarie.
Bisogna esseri molto accorti perché il co-lesterolo è insidioso: molti ignorano di sof-frire di ipercolesterolemia perché livelli alti
non producono sintomi evidenti. Ma basta
un semplice esame del sangue per tranquil-lizzarsi: il valore desiderabile è inferiore ai
190 mg/dl. Vanno controllati soprattutto i
valori del colesterolo Ldl in funzione del ri-schio cardiovascolare globale. Meno di 130
mg/dl è il valore in generale desiderabile.
Ma se il rischio è alto il limite scende a 100.
Per il colesterolo Hdl meno di 35 mg/dl rap-presentano un rischio elevato, oltre i 50
mg/dl il livello desiderabile. Gli esami del
sangue vanno eseguiti ogni 3-5 anni in caso
di basso rischio, ogni anno per un rischio
moderato-alto, ogni sei mesi se il rischio è
molto alto e si segue una terapia. Spetta co-munque al medico stabilire la frequenza de-gli esami e le eventuali cure. «Diversi stud centi hanno rilevato che bassi livelli di Hdl
(colesterolo buono) sono sì un fattore di ri-schio, ma non la principale causa dell’atero-sclerosi», spiega il professor Alberico L. Ca-tapano, ordinario di Farmacologia e presi-dente della Società europea dell’ateroscle-rosi. «Per tenere lontano questo pericolo
vanno ridotti i livelli di Ldl (il colesterolo cat-tivo) portandoli vicino alla soglia dei 100
mg/dl».
La bilancia è molto utile: ci si deve pesare
almeno una volta al mese, perché i chili di
troppo favoriscono molte malattie, quali l’i-pertensione e il diabete. Aggiunge Catapa-no: «In Italia circa il 50 per cento delle per-sone è in sovrappeso, il 18 per cento addirit-tura obesa. Sono dati che rivelano quanto
siano tuttora ignorate le raccomandazioni
per uno stile di vita sano. Occorre poi sorve-gliare dove si accumula il grasso: è dannoso
quello che si deposita a livello dell’addome,
perché può portare a complicanze metabo-liche anche gravi. La “pancia” è una tenden-za frequente nei maschi, specie con il pas-sare degli anni. Nelle donne il grasso si loca-lizza sui fianchi, un fenomeno meno dan-noso per la salute cardiovascolare. Ma con
la menopausa le donne sviluppano rischi
cardiovascolari pari a quelli degli uomini. Il
periodo più delicato è tra i 50 e i 55 anni».
Il colesterolo può essere controllato con
facilità anche in farmacia.  «Dal 2009  può es-sere eseguito sotto la supervisione del far-macista l’autotest per determinare i livelli di
colesterolo totale», dice Andrea Mandelli,
presidente della Federazione degli Ordini
dei farmacisti italiani. «In sostanza si tratta
degli stessi test acquistabili per essere ese-guiti a casa propria. L’esame si effettua con
un pungidito su sangue capillare, quindi
senza prelievo venoso, che il farmacista non
può praticare. Ci si pone così al riparo da er-rori che, come segnalato da alcuni studi, so-no sempre possibili facendo da sé. Non oc-corre prescrizione medica. Anche se, di
fronte a un valore superiore all’intervallo di
riferimento normale, la prima preoccupa-zione del farmacista è rinviare immediata-mente il paziente al medico curante. L’ese-cuzione di questi test non può e non deve so-stituire le indagini di laboratorio prescritte
dal medico



lunedì 15 luglio 2013

Non si brevetta il Dna umano stop ai giganti del biotech DI ODIFREDDI

L
A NATURA non si brevetta.
Con questo slogan si può
tradurre la decisione che
arriva dagli Stati Uniti. D’altra
parte per semplificare un po’, ma
non troppo, la biologia contem-poranea può essere considerata
come uno scontro fra Titani. Da
una parte, ci sono gli scienziati
“duri e puri”, interessati alla ri-cerca per scoprire com’è fatta la
Natura, per il bene dell’umanità.

D
ALL’ALTRA parte, gli scienziati
“duri e impuri”, interessati alla
ricerca per scoprire com’è fatta
la Natura, per il bene del loro conto in
banca.
I vessilliferi di questi due gruppi so-no i due biologi più famosi del mondo:
rispettivamente, James Watson e
Craig Venter. Entrambi sono stati de-gli enfant prodige, e sono diventati de-gli enfant terrible. Ed entrambi hanno
legato il loro nome al Progetto Geno-ma, che nel 2000 ha portato alla se-quenziazione del genoma umano.
Watson fu il primo direttore del
Consorzio pubblico fondato nel 1988
dall’Istituto Nazionale della Sanità de-gli Stati Uniti, che coordinò una ricer-ca internazionale in cui parti diverse
del genoma furono sequenziate da na-zioni diverse. Venter fu invece il presi-dente della compagnia privata Celera,
che nel 1998 si affiancò al Consorzio
pubblico nella corsa al traguardo. La
sua entrata in gara accelerò la corsa,
che però in parte fu truccata dal fatto
che la Celera usò molti dei dati del
Consorzio pubblico, che erano essi
stessi pubblici.
La corsa si concluse con una dichia-razione di parità il 26 giugno 2000,
quando il secondo direttore del Con-sorzio pubblico, Francis Collins, an-nunciò insieme a Venter alla Casa
Bianca il raggiungimento dell’obietti-vo. Il presidente Clinton dichiarò che
l’uomo aveva appreso il linguaggio
della vita, ma rimaneva da leggerne il
libro: cioè, identificare i geni che ne co-stituiscono i capitoli. E già prima di
quel momento era sorta la questione
se i geni identificati si potessero “bre-vettare”: parola che, naturalmente, è
solo un sinonimo di “privatizzare”.
Come si può immaginare, Watson
era assolutamente contrario. E così era
Renato Dulbecco, premio Nobel per la
medicina e primo ideatore del Proget-to Genoma, che in un’intervista per
Repubblica del 2002 mi disse: “Per me
un brevetto è un prodotto ottenuto
con mezzi non banali, e che abbia di-mostrata utilità. Brevettare un gene da
cui si è ottenuto un prodotto utile, va
bene. Ma non so perché si debba con-cedere il brevetto a un gene soltanto
perché lo si è identificato, senza sape-re né dove agisce, né cosa fa”.
Come si può di nuovo immaginare,
Venter era al contrario assolutamente
favorevole. Il premio Nobel per la me-dicina Hamilton Smith, che è la mente
dei progetti di cui Venter è il braccio,
prese una posizione intermedia, così
testimoniata in un’altra intervista che
gli feci per  Repubblica nel 2005: “Non
ho problemi coi brevetti  provvisori,
che congelino ad esempio per un anno
i diritti su un gene che è stato appena
trovato, nell’attesa che se ne scopra
qualche uso immediato”.
In realtà, messi da parte gli interessi,
la non brevettazione dei geni era sem-plicemente una questione di buon
senso. Anche perché si può facilmente
immaginare cosa succederebbe se si
brevettassero geni umani: tutti gli es-seri che li hanno potrebbero essere co-stretti a pagare, per il solo fatto di aver-li. Si istituirebbe così una tassa sull’esi-stenza, ancora peggiore di quelle per
l’aria che si respira, l’acqua che si beve,
o il Sole che ci riscalda. Una vera follia,
che solo l’avidità di un Dottor Strana-more poteva immaginare e difendere.
La Corte Suprema degli Stati Uniti
ora ha finalmente dato ragione a Wat-son e Dulbecco, oltre che agli uomini
di buon senso, a proposito dei geni
umani. Ma ha lasciato aperta la que-stione dei geni artificiali, ai quali si
stanno dedicando da anni Venter e
Smith: la guerra continua.




Ma i geni artificiali restano protetti
questa sarà la vera scommessa del futuro”


ROMA — «Leggere il Dna è di-ventato così facile oggi. Conce-dere brevetti sulle sequenze
dei geni non era solo sbagliato,
era diventato ormai anacroni-stico». Fulvio Mavilio non è stu-pito: la sentenza della Corte Su-prema Usa prende atto dell’a-vanzamento prepotente della
tecnologia nel campo della ge-netica. Lo scienziato che oggi
dirige Genethon (l’equivalente
francese di Telethon) ha inse-gnato biologia molecolare al-l’università di
Modena e Reg-gio e fondato
due aziende
biotech a Mila-no. Alla doppia
elica sa dun-que guardare a
tutto tondo.
Cosa cam-bia per noi eu-ropei?
«Pratica-mente nulla.
L’Europa ha
deciso anni fa
che il genoma
non è brevet-tabile. Il caso
americano era un parados-so e la decisione della Cor-te Suprema era molto at-tesa. Quando la Myriad
ottenne il brevetto, se-quenziare un gene come
Brca era un’impresa d’a-vanguardia. Oggi un mio
studente saprebbe farlo».
Perché allora i test del-la Myriad da noi costavano
come negli Usa?
«Perché nessuno ha mai
prodotto un test concorrente.
In Europa il brevetto non era ri-conosciuto, d’accordo. Ma la
paura di finire in tribunale con
spese legali enormi aleggiava
comunque».
La ricerca ora sarà più libe-ra?
«I brevetti riguarda vano la commercializzazione
dei test genetici. Non avevano
impatto sulla ricerca di labora-torio. La nostra libertà non era
in ballo perché siamo diventa-ti da tempo bravi e veloci nel se-quenziare il Dna, senza biso-gno della Myriad».
Perché le azioni della My-riad sono salite?
«Perché la Corte da un lato ha
cancellato i brevetti su una tec-nologia del passato. Ma dall’al-tro ha sancito la possibilità di
chiederli sulla tecnologia del
futuro: la genetica che intervie-ne sul Dna modificandolo. Si
tratta di tecniche con cui pos-siamo produrre farmaci, pian-te, semi o animali per curare le
malattie. E lì l’elemento di in-novazione è innegabile. Per
questo la decisione della Corte
non ha stupito i mercati, e i gua-dagni delle azioni si spiegano
con un normale sospiro di sol-lievo. La sentenza ha rispettato
le attese e sventato il timore di
prese di posizione oscuranti-ste».
Giusta o sbagliata, la brevet-tabilità dei geni ha fatto da om-brello per anni a un enorme
settore della scienza. Ha forse
drogato un mercato?
«È vero, l’industria investe
dove intravede guadagni e i
brevetti hanno reso attraente
questo settore in anni cruciali
per la sua crescita. Ma il fattore
essenziale per la scienza resta
la conoscenza, non la brevetta-bilità. Al progresso della gene-tica ha contribuito infinita-mente di più il Progetto Geno-ma Umano. I cui dati sono da
sempre pubblici»


domenica 23 giugno 2013

Presidenzialismo? Rischiamo derive da Terzo mondo

C
apita talvolta che i
ruoli s’invertano. “Lei
sa che significa la pa-rola parresia?”, do-manda l’intervistato. “Attitudi -ne a dire la verità. Perché me lo
chiede?”. Gustavo Zagrebelsky
esita nel rispondere: “Perché
questa virtù – parlar chiaro e li-bero, e agire di conseguenza –
mi pare oggi alquanto sbiadita.
Il contrario è ipocrisia: negarsi
al dovere di dire la verità o dire
una cosa per volerne un’altra”.
Esempi, professore?
Stiamo parlando di riforme co-stituzionali: i discorsi in priva-to contraddicono quelli in pub-blico. Oppure, ci si convince
del contrario di quel che si è
sempre pensato. Opportuni-smo o spirito d’omologazione.
Diceva anche: dire una cosa per
intenderne  un’a l t ra .
Pensi alle “riforme”. Viviamo
in tempi d’inceppamento. C’è
un sistema di potere che non
vuole o non riesce a rinnovarsi.
Perciò si cristallizza. Le “larghe
intese”, la rielezione della stessa
persona a capo dello Stato: non
sono due clamorose dimostra-zioni di paralisi politica? Qui,
nella stasi, s’innestano le rifor-me e la loro retorica. Ma rifor-me per cosa? Per aprire, rinno-vare, vivificare oppure per af-ferrare più saldamente il pote-re, stringendolo nelle mani di
sempre, per garantire perdu-ranza d’interessi e pratiche
consociative? In una parola: ri-formare per non cambiare. Mi
riferisco agli strateghi del pre-sidenzialismo.
Perché il presidenzialismo sa-rebbe strumento di conserva-z i o n e?
Il presidenzialismo, nelle sue
varianti, più di qualsiasi altro
sistema cambia d’aspetto a se-conda delle società ove opera. È
camaleontico. Pensi al sem residenzialismo francese e alle
sue imitazioni africane. Sono la
stessa cosa? No. Gli “ingegneri
costituzionali” si occupano di
formule, ma i costituzionalisti
sanno che le costituzioni sono
fatte, sì, di formule, ma anche di
storia, cultura, abitudini, vizi e
virtù. Quale ignoranza nel pen-sare che la riforma della costi-tuzione sia una questione di
modelli astratti d’importazio -ne!
Ha paura che veleggiamo verso
il Ruanda più che verso la Fran-c i a?
Non facciamo terrorismo co-stituzionale. Tuttavia, sarem-mo ciechi se non ci preoccu-passimo di alcuni fattori con-dizionanti. Il primo è la corru-zione. Dove la corruzione è dif-fusa, i presidenzialismi sono
non solo essi stessi corrotti, ma
ne diventano garanzia. Il s ondo è la cultura politica che,
in nome della storia, delle liber-tà, delle tradizioni repubblica-ne, eccetera, trattiene dall’abu -so del potere. Il terzo è la coe-sione sociale. Dove la convi-venza è minacciata dalle disu-guaglianze, dalla mancanza di
lavoro, dall’abbandono a se
stessi di cittadini più deboli, è
forte la tentazione di cercare la
pace sociale non nella parteci-pazione democratica, ma nelle
misure energiche d’ordine
pubblico. Da noi? Come stiamo
a corruzione? A incultura po-litica? A ciò che, pudicamente,
si chiama disagio sociale? Chie-derei: che ne è del conflitto
d’interessi? Credete che si pos-sa pensare a un’elezione diretta
del capo del governo senza ave-re sciolto il nodo che lega po-litica, economia, informazio-ne?
Teme per la democrazia?
Nelle attuali condizioni sì. Di
fronte alle difficoltà, non c’è il
rischio che si dica: pensaci tu al
posto nostro; fagliela vedere tu
a questi queruli e fastidiosi po-stulanti che chiedono diritti e
disturbano la (nostra) pace so-ciale? Quella massa di elettori
mancati, quando si muoveran-no, dove andranno a parare?
Il sistema parlamentare non è a
sua volta in crisi?
Certamente! Ma, mi pare che la
via per uscirne sia rinnovare la
politica, cambiare dall’interno i
partiti, non temere l’irruzione
delle novità, ma assecondarle e
costituzionalizzarle, come av-viene nelle democrazie non as-sediate dalla paura del nuovo.
Prima, il rinnovamento della
politica; poi, eventualmente, la
riforma della forma di gover-no.
Sulle “forme delle riforme” re -gna una grande confusione.
Non si capisce bene quale ruolo
abbia la commissione degli
esperti e quale il governo. Che
c’entra il governo con un per-corso che dovrebbe essere par-l a m e n t a re?
Si vuol seguire una procedura
farraginosa, molto più compli-cata dell’articolo 138. In più,
questa farraginosa procedura
presuppone una legge costitu-zionale che la codifichi, da ap-provarsi con le procedure oggi
vigenti. Chi guardasse dall’e-sterno, penserebbe che si vuole
complicare per non fare nulla.
Invece, la verità è che, con que-sto procedimento, non si esau-tora il Parlamento, ma lo si
mette alle corde. Ricorda il di-scorso del presidente della Re-pubblica, al momento della sua
rielezione? Si è trattato d’un at-to d’accusa contro le Camere
inconcludenti, che i parlamen-tari hanno incassato senza bat-tere ciglio. Così, sullo svolgi-mento della nuova procedura igilerà il governo, con l’aiuto
dei suoi consulenti, sotto l’egi -da del capo dello Stato e secon-do un “cronoprogramma” che
dovrebbe garantirne la conclu-sione entro 18 mesi. Dove sia
questa garanzia, però, nessuno
lo sa. I Parlamenti, per defini-zione, sono padroni dei propri
tempi e lavori: ci mancherebbe
che non fosse così! Per ora, si sa
solo che i 18 mesi suonano
piuttosto come garanzia di du-rata del governo. E non vor-remmo credere che la garanzia
stia nella minaccia di dimissio-ni del presidente della Repub-blica, dimissioni che, come
sanno i costituzionalisti, non
sono affatto nella sua disponi-bilità secondo valutazioni po-litiche e che precipiterebbero la
situazione nel caos.
C’è una riforma necessaria e ur-ge n te?
Sì, lo si è detto infinite volte: la
riforma della legge elettorale.
Non sto a ripetere le ragioni.
Faccio solo osservare che, per
riconoscimento unanime,
quella attuale è giudicata inco-stituzionale. Dunque, per
quanto si voglia voltare lo
sguardo dall’altra parte, noi ab-biamo – unici nel mondo delle
democrazie – un Parlamento
carente di legalità costituziona-le. Se poi consideriamo che la
formula del governo di larghe
intese – necessitata o non: non
è questo il punto – non ha alcun
rapporto, anzi è in contrasto,
con la volontà degli elettori e
con il risultato elettorale, allora
al deficit di legalità si aggiunge
un altrettanto, anzi più, grave
deficit di legittimità. E, in que-ste condizioni, si pensa di dare
al nostro Paese una nuova co-stituzione? Non è ybris , presun-zione?
Sulle riforme gravano poi le in-cognite legate ai processi Berlu-sconi. Che opinione s’è fatto
della decisione della Consulta
sul legittimo impedimento nel
processo Mediaset?
Da quel che si sa, mi pare che la
Corte abbia fatto applicazione
rigorosa dei suoi precedenti.
Chi parla di contraddizione,
dovrebbe avere cura di studiare
un poco e non falsificare i dati.
Il punto è la cosiddetta “leale
collaborazione” tra governo e
autorità giudiziaria. La leale
collaborazione non significa
affatto autorizzazione a una
delle parti perché possa boicot-tare l’attività dell’altra. Signifi-ca che entrambe devono coo-perare per un fine comune, il
corretto esercizio di funzioni
che hanno la medesima dignità
costituzionale. La Corte ha ri-tenuto che da parte dell’allora
presidente del Consiglio vi sia
stato proprio questo boicottag-gio dell’attività giudiziaria.
Non c’è nulla d’aggiungere

mercoledì 5 giugno 2013

01 4 Le Banche centrali hanno inondato i mercati di liquidità a basso prezzo, banche e fondi si indebitano sempre di più. Ma quando i tassi saliranno, tutto crollerà L’ago che sgonfierà la bolla finanziaria

C
osa succederà quando
le Banche centrali do-vranno invertire le mi-sure eccezionali messe
in piedi per tamponare
la Grande Crisi? I ban-chieri centrali professano fiducia nelle
proprie taumaturgiche capacità di ge-stire la transizione come tanti Von Ka-rajan, con i tassi e direttive al posto del-la bacchetta, a cui risponderà con brio
l’orchestra delle banche, degli investi-tori, dei consumatori, degli imprendi-tori e persino dei ministri. E se invece
dei Berliner Philharmoniker si sco-prissero alle prese con gli orchestrali
disfunzionali immortalati da Fellini in
Prova  d’O rc h e s t ra ? È bastato che il pre-sidente della Federal Reserve america-na, Ben Bernanke, ventilasse la fine
dell’andazzo monetario per ristabilire
il principio di gravità. Che nei mercati,
come nei cartoni animati di Wile Co-yote, si sospende solo per intervalli li-mitati.
La piramide fragile
Le Banche centrali sembrano affidarsi
(come la cavalleria polacca contro i
panzer) a strategie e strumenti adeguati
per il secolo scorso, nonostante i mec-canismi di trasmissione della politica
monetaria siano sfuggiti da tempo al
controllo delle autorità monetarie.
Mentre una volta la creazione di liqui-dità era determinata dalla riserva obbli-gatoria sui depositi e dalle operazioni
tra banche commerciali e banca centra-le, oggi essa si alimenta in modi eclet-tici, endogeni al sistema finanziario. In
primis nel mercato dei prestiti collate-ralizzati (i  repurchase agreements , in
gergo “ re p o  ”) con scadenza da un gior-no a qualche mese dove operano oltre a
banche private, fondi monetari, hedge
fund, e altri intermediari atipici.
Il detentore di un titolo può darlo in pe-gno per un prestito e lo stesso titolo può
essere dato in pegno più volte (re-ipo-tecazione). Si determina un effetto a
catena che, per ogni dollaro di titoli ar-riva a generarne fino a tre di prestiti (in
teoria garantiti), e su cui la banca cen-trale influisce poco. Conta l’h a i rc u t  ,
cioè la frazione del valore di mercato
del titolo chiesta in garanzia e il tasso di
interesse  re p o  , entrambi stabiliti da ac-cordi tra i contraenti.
Questa liquidità poi si diffonde attra-verso ulteriori meandri dello s h a d ow
banking, il sistema bancario ombra. Per
esempio con tassi asfittici sulle obbli-gazioni AAA, i fondi pensione privati
per assicurare un vitalizio decente ai
membri si lanciano in investimenti “al-ternativi” tipo i fondi di  private equity.
Un fondo di  private equityche riceva un
euro di capitale riesce ad ottenere un
prestito addizionale di 3 euro. Se questi
3 euro sono impiegati per un aumento
di capitale in un’azienda, questa a sua
volta potrebbe indebitarsi di almeno
un altro euro. Quindi da un euro si ar-rivano a generare 4 euro di debiti. In
questa girandola il settore bancario è
coinvolto fino al collo, oggi come pri-ma del 2008. Il governatore della Banca
d’Italia Ignazio Visco, nelle sue “con-siderazioni finali” del 31 maggio, ha
sottolineato che in media le banche ita-liane hanno una leva di 14 e quelle eu-ropee di 20. Significa che per per 10 eu-ro di capitale le banche europee hanno
(in media) attivi per 200 euro.
Le banche sembrano sane
Il nodo cruciale è l’effetto che la massa
di crediti ha sull’economia reale. Se la
tecnologia e la produttività rimangono
inalterate, cioè se questo credito non
stimola la crescita reale di lungo perio-do, è semplicemente aumentato il ri-schio complessivo: se un investimento
va male l’effetto contagio deflegra in
modo più dirompente perché il conta-gio è più rapido. Insomma se il credito
viene usato per comprare azioni o con-tratti  f u t u re s  su materie prime nell’a-spettativa (avulsa da fondamenti con-creti) di corsi in aumento, si gonfia
quella che comunemente si definisce
bolla speculativa. Mantenendo i tassi di
interesse a zero e – soprattutto – i m b o t-tendo il propri bilanci di debiti sovrani
e titoli di dubbia qualità, la banca gon-fia i prezzi e garantisce implicitamente
asset che poi vengono scontati allegra-mente nelle  re p o  oppure per imbellet-tare i bilanci.
Cosa succede quando la Banca centrale
aumenta i tassi di interesse? Il valore
delle obbligazioni scende e quindi la
creazione di liquidità endogena si at-tenua. Ma se la politica monetaria ha
innescato principalmente una giran-dola nei mercati finanziari, la stretta ha
effetti drastici perché tutti capiscono
che la catena di Sant’Antonio sta per
spezzarsi. Quindi le re p o  si prosciuga-no, chi ha una leva alta subisce perdite
devastanti, i debitori più esposti diven-tano insolventi, la fiducia evapora e il
ritornello cantato a Madama la Mar-chesa si strozza in gola. Gli effetti della
politica monetaria e del quantitative ea-sing  , cioè l’espansione del bilancio del-le banche centrali, sono fortemente
asimmetrici, specie quando alimenta-no aspettative pompate da analisti che
confondono i fogli Excel con la realtà,
dalla prospettiva di bonus milionari e
dall’idea che l’economia reale si stimo-li con operazioni di finanza creativa tra
governo e banche centrali.
capo economista del Fondo sovrano
dell’Oman

lunedì 3 giugno 2013

18/5/13 - “La Convenzione umilia il Parlamento così si blinda solo una oligarchia” Zagrebelsky: non c’è pacificazione senza verità e giustizia

OMA — L’ora della mobilitazio-ne, per reagire «a questa condizio-ne crepuscolare della democra-zia». Per difendere la Costituzione
ancora una volta «a rischio» dal-l’attacco che le viene mosso da
una «oligarchia politica» che ri-corre adesso a una Convenzione
«estranea alla Costituzione». Par-la di tentativo di «normalizzare» il
Paese, il presidente emerito della
Consulta Gustavo Zagrebelsky, al-tro che di «pacificazione». E di par-lamentari che «senza titoli» si son
messi in testa di cambiare volto al-la Carta.
Il 2 giugno, lei e il professor Ro-dotà in piazza a Bologna in difesa
della Costituzione: «Non è cosa
vostra». Perchè questo rinnovato
atto di fedeltà alla Carta proprio
mentre la maggioranza studia
come modificarla? È una provo-cazione controcorrente?
«Si sta giocando una partita po-litica e la posta è elevatissima. È in
atto un tentativo di spoliticizza-zione, una sorta di mascheramen-to».
Un mascheramento, professo-re Zagrebelsky?
«Le maschere sono i tecnici, i
saggi, gli esperti. Certo, dell’effi-cienza un sistema politico non
può fare a meno, pena il suicidio.
Ma, l’efficienza non esiste in sé e
per sé».
Si è insediato un governo di lar-ghe intese che si propone tra l’al-tro di modificare la macchina
dello Stato. Non la convince?
«A me pare piuttosto evidente
che sia in atto un disegno di razio-nalizzazione d’un potere oligar-chico. In Italia non si è forse radi-cato un sistema di giri di potere,
sempre gli stessi che si riproduco-no per connivenze e clientele?
Parlando di oligarchie, non si pen-si solo alla politica, ma al comples-so d’interessi nazionali e interna-zionali, che nella politica trovano
la loro garanzia di perpetuità».
Appunto, quale occasione mi-gliore per cambiare quegli asset-ti, per riformare?
«Sono decenni che se ne parla.
Ma ora sembra che sia giunta l’o-ra. Quel complesso d’interessi è
sovraccarico e non riesce più a tro-vare un equilibrio. Rischia l’im-plosione e s’inceppa. La rielezio-ne del Presidente della Repubbli-ca — impensabile in un sistema di
governo anche solo minimamen-te dinamico — è rivelatrice. L’ap-plauso grato e commosso d’una
maggioranza impotente è il segno
dell’impasse. Per il futuro, ci vo-gliono riforme. Ma dal punto di vi-sta democratico, sono in realtà
controriforme».
Perché controriforme?
«Guardiamo le cose che si in-tende e le cose che non s’intende
fare. Il presidenzialismo, quale
che ne sia il modello, è un modo di
concentrare in alto la politica e di

ridurre dei cittadini a “micro-in-vestitori” del loro voto, a favore
d’un gestore d’affari nel cerchio
stretto delle oligarchie. In breve: è
il protettorato d’un sistema di po-tere chiuso. Altro che più potere al
popolo! Anzi, il popolo deve non
sapere o sapere il meno possibile:
si è ripresa infatti la discussione
sul “riequilibrio dei poteri” a dan-no dell’indipendenza della magi-stratura, e sui limiti al giornalismo
d’inchiesta (vedi la questione del-le intercettazioni). E poi, quel che
non si intende fare: vedi il silenzio
calato sul conflitto di interessi e sull’inasprimento delle misure
contro l’illegalità. Le oligarchie,
del resto, sono regimi dei privilegi.
Hanno bisogno di compiacenze e
illegalità».
È così sicuro che una
riforma in chiave se-mi presidenziale
non ci metta in li-nea con le moder-ne democrazie? In
fondo, anche il
ruolo di garanzia
del presidente
della Repubblica
negli ultimi anni si
è rivelato ancor più risolutivo per
uscire da pericolose crisi. Perché
non codificarlo nella Costituzio-ne?
«Inviterei a maneggiare l’argo-mento con cautela. Una co-sa è l’espansione dell’a-zione presidenziale a
tutela delle istituzioni
parlamentari previ-ste dalla Costituzio-ne. Altro è l’azione
che prelude a una
nuova normalità.
Questa seconda cosa
contraddirebbe l’obbligo di fedeltà alla Costituzio-ne. Il Capo dello Stato ne è “garan-te” quando agisce per preservarla
dalle trasformazioni “materiali”,
non certo quando le promuove.
Ma il presidente Napolitano ha
più volte precisato di muoversi
nella prima direzione e di quello
gli va dato atto. Chi oggi sostiene
che siamo ormai in un regime pre-sidenziale fa torto al presidente
della Repubblica».
Lei parla di consolidamento
oligarchico. E la pacificazione di
cui si fa un gran parlare?
«Chi di noi non è per la pace e
per la pacificazione? Ma la pace è
esigente, molto esigente. Non può
esistere senza condizioni. La pace
è la conseguenza della verità e del-la giustizia. Altrimenti, pacificare
significa solo “normalizzare”».
La Convenzione non basta
per la pacificazione?
«Perché dovrebbe essere af-fiancata da “esperti”, cioè da
persone al fuori dei contrasti
politici? Gli esperti sono a lo-ro volta portatori di visioni
politiche e saranno messi lì
dai partiti in quanto corri-spondano ai loro progetti.
Saranno “maschere”. Mi
auguro che in pochi accet-tino di assumere questo
ruolo».
Insomma, non pone
alcuna fiducia nella
Convenzione?
«Mah. La Costituzio-ne, all’art. 138, prevede
un procedimento lineare
per mutare la Carta. Si vuole,
invece, una procedura, per co-sì dire, blindata, dapprima la
Convenzione, poi il voto bloccato
delle Camere: o sì, o no, senza
emendamenti. Mi chiedo come
possano i parlamentari accettare
una simile umiliazione. Una pro-cedura complicata ma anche to-talmente estranea alla Costituzio-ne. Per questo, si prevede — solo
dopo — una ratifica con legge co-stituzionale, che è essa stessa la
confessione che si agisce contro la
Costituzione».
Ma i parlamentari avranno il
potere di riformare, almeno nelle
commissioni competenti, o no?
«I nostri politici “costituenti”
hanno un mandato? Chi li ha au-torizzati? Sono stati eletti per que-sto? Basta la retorica delle riforme
per legittimarli? Il 2 giugno ci tro-veremo per dire non solo che i
contenuti della controriforma
non ci piacciono, ma anche che il
metodo è sospetto. Sono in gioco
nodi cruciali della nostra vita, non
fredde operazioni di ingegneria
costituzionale, come si vuol far
credere. Lavoro, uguaglianza, giu-stizia sociale, diritti di tutti, cultu-ra, salute, legalità, trasparenza:
cose possibili in democrazia,
quando la si espande. Difficili o
impossibili, quando la si restrin-ge

lunedì 25 marzo 2013

Storia di Matilde, capobranco timido di Danilo Mainardi

S
i chiama Matilde ( foto ), la regina dei delfini. La si può ammirare al largo delle spiagge della Versilia.
Ha una trentina d’anni e da 14 è capobranco, guida 140 tursiopi. A volte li spinge vicino alle barche,
sa come farli divertire. Ma lei no, non si avvicina: la regina con gli umani è timida. I
delfini sono animali intelligenti, curiosi e creativi.
Per questo spesso il loro comportarsi ci sorprende. È
quello che sta accadendo con questa femmina piena
d’autorità, Matilde, che spesso guida la sua allegra
compagnia (i delfini sono anche giocosi) a curiosare in
prossimità della spiaggia animata d’uomini di
Viareggio. Poi però se ne sta un po’ indietro, da non
protagonista in questo caso. Perché tutto ciò? È un
comportamento singolare, sul quale possiamo solo fare
ipotesi, partendo però da un indubbio dato di fatto: ai
delfini gli uomini interessano, li incuriosiscono.
Sentono nei loro confronti un’attrazione. Quasi un
senso di parentela perché, noi e loro, siamo mammiferi.
Lo percepiscono dal comune modo di respirare aria da
polmonati che, in un universo popolato da gente
branchiata, è un segno importante. E poi i delfini sono
gente altruista ed empatica. Questo sicuramente è il
motivo per cui, fin dall’antichità, si conoscono casi certi
di delfini che hanno salvato esseri umani che stavano
annegando. Così ciò che immagino è che Matilde senta
forte l’attrazione per gli esseri umani, s’avvicini alla
spiaggia affollata coi suoi compagni di specie e anche
lei, come loro, voglia socializzare con gli umani. Le
piacerebbe ma si ritrae, forse per un po’ di paura.
Chissà, nella sua lunga vita, avrà avuto qualche
esperienza negativa. Insomma, io leggo in lei (senza
scommetterci molto) un comportamento conflittuale
che la trattiene lì, in seconda linea. La curiosità la
spingerebbe avanti, ma la sapienza acquisita la frena
un po’. E, dato che i delfini pensano, vien da chiedersi a
che penserà Matilde, standosene due colpi di pinna
indietro e vedendo i suoi amici che fraternizzano con
l’uomo. A modo suo, cioè con la sua mente da cetaceo,
forse li invidierà



VIAREGGIO (Lucca) — Non è così diffici-le incontrarla a primavera Matilde, la regi-na dei delfini. Basta passeggiare sulla spiag-gia della Versilia, in quel tratto della batti-gia dove la schiuma delle onde si ritira e si
fa calpestare, e scrutare l’orizzonte con un
buon binocolo. Se la fortuna ci assiste e la
costanza ci sostiene, lei appare e allora lo
spettacolo è divino.
La sovrana danza insieme ai suoi suddi-ti, un branco di 140 tursiopi. Riti d’amore
in quel tratto di mare che si perde nel cuo-re del Santuario dei Cetacei. Matilde è sem-pre davanti a tutti spavalda e fiera eppure è
timida con gli umani: a differenza degli al-tri, lei alle persone non si avvicina mai. È
unica, Matilde. Non solo per quel carat-tere dominante che, da femmina, la
fa imporre su tanti maschi e neppu-re perché salta più in alto di tutti,
ha il dorso segnato da macchie
bianche e un segno inconfondibile
sulla pinna (una @, sì, proprio la
chiocciola di Internet). È unica per-ché è un capobranco altruista che si
dona alla comunità, lo accompagna
anche al gioco e al benessere, e rinun-cia ai sollazzi standosene a distanza.
«La studiamo da anni ed è fantastica —
racconta Silvio Nuti, biologo marino, fon-datore del Cetus di Viareggio (centro di ri-cerche sui cetacei) e coordinatore del pun-to informativo di Viareggio dell’Osservato-rio toscano dei cetacei —. Lei non si è mai
avvicinata a una barca, che per un delfino è
un grande giostra. Guida il branco verso il
gioco ma lo sorveglia da lontano. Poi, quan-do decide che l’ora della ricreazione è fini-ta, richiama gli altri esemplari (che la se-guono immediatamente) e si ritira veloce-mente». Tempo fa Matilde, come racconta-no i biologi, ha accompagnato anche alcu-ni piccoli verso una barca e li ha fatti diver-tire come se avesse regalato loro un giocat-tolo. La regina dei delfini ha quasi certa-mente più di trent’anni, da almeno 14 è ca-pobranco, e ha avuto almeno due piccoli.
L’ultimo lo ha coccolato con un amore così
forte che sembra quasi impossibile per un
cetaceo. «Non l’ha mai lasciato, quel cuccio-lo — continua Nuti — sino a quando non è
stato capace di badare a se stesso e il bran-co lo ha accolto come un altro membro in
una sorta di rito».
Forse ha qualche timore per gli umani,
Matilde, anche se dimostra grande corag-gio e spirito di servizio per il branco. I delfi-ni della Versilia hanno tutti un nome. Il più
vivace, che aveva inevitabili graffi sul dor-so, è stato battezzato Scracci (da scratch,
«graffio» in inglese). Bumpy (da bump,
«protuberanza») aveva una specie di ber-noccolo su una pinna, Jenny, un graffio a
forma di «J» sotto la pinna caudale. Poi è
arrivata Matilde. E da allora il regno della
regina dei delfini è diventato una favola ve
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