lunedì 23 settembre 2013

PROTEGGERE LA DEMOCRAZIA ROBERTO SAVIANO

Q
UESTE parole le scrivo
per lanciare un allarme.
La riforma della legge
sul voto di scambio così com’è
stata approvata alla Camera
dei deputati non sembra affat-to utile a disarticolare i rappor-ti tra mafia e politica: anzi ri-schia di essere solo poco più di
una messa in scena. Bisogna
andar per gradi e capire i moti-vi di questo allarme.
Nel 1992– sull’onda dell’in-dignazione per due stragi,
quella di Capaci e via D’Amelio
– venne introdotto nel codice
penale l’articolo 416-ter che
punisce chi ottiene la promes-sa di voti dalle associazioni ma-fiose in cambio di denaro. È la
norma tuttora vigente in mate-ria di scambio elettorale politi-co-mafioso, una norma che al
suo interno conserva un gra-vissimo limite. Per essere puni-bile, infatti, il candidato che ri-ceve la promessa di voti da par-te dell’associazione mafiosa
deve aver erogato in cambio
del denaro, che è considerato il
solo possibile oggetto di scam-bio. Ma questa è una situazione
difficilmente riscontrabile; alle
organizzazioni criminali non
interessano i soldi dei politici,
ma i soldi che i politici possono
far guadagnare loro. La politica
è soltanto un mezzo per velo-cizzare il profitto. Appalti, posti
di lavoro, licenze, concessioni:
è così che i clan guadagnano. L
E ORGANIZZAZIONI non si fanno
pagare per ogni voto, sono lungi-miranti: sanno che informazioni
per una gara d’appalto possono essere
molto più utili per far lavorare decine
delle loro ditte per anni; un’agevolazio-ne sul piano regolatore può trasformare
terreni agricoli in migliaia di metri cubi
di cemento; una firma su una licenza può
far aprire ristoranti che altrimenti non
esisterebbero. Favori, non soldi: è così
che i clan organizzano il loro sviluppo.
Da anni si attendeva che questa norma
venisse resa davvero efficace, con le mo-difiche necessarie; per i governi di cen-trodestra e di centrosinistra, però, que-sto obiettivo non è mai stato una priorità.
Ora invece sembrava che fosse giunto
il tempo di una reale riforma; la Camera
dei deputati si è decisa a lavorarci ed ha
approvato un testo con la quasi unani-mità; esso è stato così riformulato:
«Chiunque accetta consapevolmente il
procacciamento di voti con le modalità
previste dal terzo comma dell’articolo
416-bis in cambio dell’erogazione di de-naro o di altra utilità è punito con la re-clusione da quattro a dieci anni. La stes-sa pena si applica a chi procaccia voti con
le modalità indicate al primo comma».
All’apparenza potrebbe sembrare che i
problemi sono risolti; non è più solo l’e-rogazione di denaro punibile come pos-sibile oggetto di scambio, ma anche “al-tre utilità”. Nella norma, però, si è cam-biato anche molto altro; se prima basta-va la mera promessa di voti da parte del-l’organizzazione mafiosa perché il can-didato fosse punibile, ora è necessario
provare il procacciamento, cioè un’atti-vità concreta di ricerca e raccolta voti per
quel determinato candidato da parte
dell’organizzazione criminale, utiliz-zando la sopraffazione tipica delle orga-nizzazioni mafiose.
E questo punto della norma è quello
che preoccupa di più. Le mafie sono
avanguardia economica e hanno mec-canismi d’operatività ben più complessi
che la semplice intimidazione.
Il procacciamento di voti, del resto, è
molto difficile da individuare, perché
implica la necessità di cogliere il boss e i
suoi affiliati mentre fanno “campagna
elettorale” per il politico in questione,
convincendo — con i loro mezzi tipici —
i cittadini a vendere il loro voto. I loro
mezzi tipici in campagna elettorale rara-mente sono violenti: sono piuttosto pro-messe di lavoro, di favori, appelli a rap-porti familiari, insomma le dinamiche
utilizzate anche dai partiti. La riforma
della norma invece fa riferimento al
“metodo mafioso” con cui procacciarsi
voti.
I boss non fanno mai (tranne in raris-simi casi) campagna elettorale in prima persona, ed è quasi impossibile dimo-strare che un elettore si è venduto il voto
o ha votato sotto pressione. I clan sanno
benissimo che dimostrare un voto com-prato, condizionato, scambiato è impre-sa quasi impossibile per gli inquirenti, i
quali invece, grazie alle intercettazioni e
alle dichiarazioni dei pentiti, spesso rie-scono a provare che un patto è stato real-mente stipulato tra boss e politico. E
questo è il punto attorno a cui deve fon-darsi una norma antimafia sullo scam-bio dei voti.
Ed è per questa ragione che la norma
diventa solo un mero feticcio, un atto
mediatico. O peggio. Viene infatti il dub-bio che attraverso questa norma si pos-sano mettere in forse alcuni importanti
processi in corso sui rapporti mafia-po-litica; penso, ad esempio, al processo
contro l’onorevole Cosentino. Se venis-se approvata una riforma che regola in
maniera complessiva il rapporto mafia
politica, essa non rischierebbe forse di
essere l’unico riferimento per sanziona-re i comportamenti illeciti dei politici,
anche quando sia stato contestato il con-corso esterno in associazione mafiosa?
Nell’inchiesta Cosentino, infatti, men-tre è chiaramente raccontata la promes-sa-patto tra politica e camorra non v’è al-cuna possibilità di dimostrare che il clan
abbia effettivamente “procacciato” i vo-ti. La riforma nasconde allora una trap-pola salva-Cosentino?
In questi giorni sono in molti che sol-levano dubbi su questa disposizione e
questi dubbi meritano di essere rilancia-ti e presi in considerazione dalla politica.
Il testo del nuovo articolo 416-ter deve
essere ancora votato dal Senato. Siamo
ancora in tempo, quindi, per migliorarlo
com’è necessario.
Il presidente Grasso ne auspica l’ap-provazione entro la pausa estiva. È un in-tento meritorio, ma deve sapere che
questa riforma così com’è non realizza
nessun reale obiettivo di contrasto.
Tutt’altro. Rischia di essere un regalo ai
clan magari fatto in maniera distratta,
una riforma votata in alcuni casi perché
non si conosce abbastanza il tema o per
alcuni è stata votata senza leggerla.
Il voto di scambio è un sistema crimi-nale che uccide la democrazia al suo più
importante livello, nel suo luogo più im-portante: e cioè nella libertà del seggio
elettorale. Abbiamo aspettato 20 anni
per una legge efficace. Facciamo in mo-do di non sprecare questa occasione. In
questi giorni, in occasione del triste an-niversario della strage di via D’Amelio, è
stata ricordata sui giornali una frase di
Paolo Borsellino: “Politica e mafia sono
due poteri che vivono sul controllo dello
stesso territorio: o si fanno la guerra o si
mettono d’accordo”. Evitiamo che sia la
legge ad aiutare a metterle d’accordo di parte. C’è il famoso intervento
sulla prescrizione per rendere i
termini compatibili con una seria
lotta alla corruzione. Quest’ulti-mo è forse il passo di maggiore ri-levanza politica in tutto il pac-chetto, giustificato da una forte
pressione dell’Europa. Di pre-scrizione si parla diffusamente
anche nell’ultima direttiva Ue
sulle frodi, che risale al luglio
2012, e che il governo vuole rece-pire il più in fretta possibile. La
prescrizione sarà un sicuro terre-no di scontro, perché l’ipotesi più
gettonata, quella di bloccarla con
il rinvio a giudizio (tesi sostenuta
dal vice presidente del Csm Mi-chele Vietti)  non è ben vista dal
Pdl. Con i berlusconiani Letta do-vrà cercare una mediazione. Non
facile in questi giorni che “incro-ciano” la possibile sentenza del
processo Mediaset. Per questo di
prescrizione si parlerà più avanti.
Quanto al caso concussione, le
pressioni della magistratura per
tornare al passato, per cancellare
la contestata norma Severino che
ha separato la concussione per
costrizione (punita da 6 a 12 anni)
dalla induzione (da 3 a 8 anni),
con effetti deleteri sulla prescri-zione ridotta di un terzo, sono for-ti. Ma a palazzo Chigi ritengono
opportuno — prima di fare modi-fiche ulteriori che non tocchereb-bero i processi in corso —  atten-dere la decisione delle sezioni
unite della Cassazione che il 24 ot-tobre dovranno dire la loro sui
due reati e dare una definitiva in-terpretazione.
A settembre è atteso il passo
decisivo sul commissario anti-corruzione. I candidati sono mol-ti, a partire dall’attuale presiden-te della Corte dei Conti Luigi
Giampaolino. Letta è deciso ad
ancorare fortemente quella figu-ra, che diventerà la sua longa ma-nus su tutta la materia, alla presi-denza

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