domenica 23 giugno 2013

Presidenzialismo? Rischiamo derive da Terzo mondo

C
apita talvolta che i
ruoli s’invertano. “Lei
sa che significa la pa-rola parresia?”, do-manda l’intervistato. “Attitudi -ne a dire la verità. Perché me lo
chiede?”. Gustavo Zagrebelsky
esita nel rispondere: “Perché
questa virtù – parlar chiaro e li-bero, e agire di conseguenza –
mi pare oggi alquanto sbiadita.
Il contrario è ipocrisia: negarsi
al dovere di dire la verità o dire
una cosa per volerne un’altra”.
Esempi, professore?
Stiamo parlando di riforme co-stituzionali: i discorsi in priva-to contraddicono quelli in pub-blico. Oppure, ci si convince
del contrario di quel che si è
sempre pensato. Opportuni-smo o spirito d’omologazione.
Diceva anche: dire una cosa per
intenderne  un’a l t ra .
Pensi alle “riforme”. Viviamo
in tempi d’inceppamento. C’è
un sistema di potere che non
vuole o non riesce a rinnovarsi.
Perciò si cristallizza. Le “larghe
intese”, la rielezione della stessa
persona a capo dello Stato: non
sono due clamorose dimostra-zioni di paralisi politica? Qui,
nella stasi, s’innestano le rifor-me e la loro retorica. Ma rifor-me per cosa? Per aprire, rinno-vare, vivificare oppure per af-ferrare più saldamente il pote-re, stringendolo nelle mani di
sempre, per garantire perdu-ranza d’interessi e pratiche
consociative? In una parola: ri-formare per non cambiare. Mi
riferisco agli strateghi del pre-sidenzialismo.
Perché il presidenzialismo sa-rebbe strumento di conserva-z i o n e?
Il presidenzialismo, nelle sue
varianti, più di qualsiasi altro
sistema cambia d’aspetto a se-conda delle società ove opera. È
camaleontico. Pensi al sem residenzialismo francese e alle
sue imitazioni africane. Sono la
stessa cosa? No. Gli “ingegneri
costituzionali” si occupano di
formule, ma i costituzionalisti
sanno che le costituzioni sono
fatte, sì, di formule, ma anche di
storia, cultura, abitudini, vizi e
virtù. Quale ignoranza nel pen-sare che la riforma della costi-tuzione sia una questione di
modelli astratti d’importazio -ne!
Ha paura che veleggiamo verso
il Ruanda più che verso la Fran-c i a?
Non facciamo terrorismo co-stituzionale. Tuttavia, sarem-mo ciechi se non ci preoccu-passimo di alcuni fattori con-dizionanti. Il primo è la corru-zione. Dove la corruzione è dif-fusa, i presidenzialismi sono
non solo essi stessi corrotti, ma
ne diventano garanzia. Il s ondo è la cultura politica che,
in nome della storia, delle liber-tà, delle tradizioni repubblica-ne, eccetera, trattiene dall’abu -so del potere. Il terzo è la coe-sione sociale. Dove la convi-venza è minacciata dalle disu-guaglianze, dalla mancanza di
lavoro, dall’abbandono a se
stessi di cittadini più deboli, è
forte la tentazione di cercare la
pace sociale non nella parteci-pazione democratica, ma nelle
misure energiche d’ordine
pubblico. Da noi? Come stiamo
a corruzione? A incultura po-litica? A ciò che, pudicamente,
si chiama disagio sociale? Chie-derei: che ne è del conflitto
d’interessi? Credete che si pos-sa pensare a un’elezione diretta
del capo del governo senza ave-re sciolto il nodo che lega po-litica, economia, informazio-ne?
Teme per la democrazia?
Nelle attuali condizioni sì. Di
fronte alle difficoltà, non c’è il
rischio che si dica: pensaci tu al
posto nostro; fagliela vedere tu
a questi queruli e fastidiosi po-stulanti che chiedono diritti e
disturbano la (nostra) pace so-ciale? Quella massa di elettori
mancati, quando si muoveran-no, dove andranno a parare?
Il sistema parlamentare non è a
sua volta in crisi?
Certamente! Ma, mi pare che la
via per uscirne sia rinnovare la
politica, cambiare dall’interno i
partiti, non temere l’irruzione
delle novità, ma assecondarle e
costituzionalizzarle, come av-viene nelle democrazie non as-sediate dalla paura del nuovo.
Prima, il rinnovamento della
politica; poi, eventualmente, la
riforma della forma di gover-no.
Sulle “forme delle riforme” re -gna una grande confusione.
Non si capisce bene quale ruolo
abbia la commissione degli
esperti e quale il governo. Che
c’entra il governo con un per-corso che dovrebbe essere par-l a m e n t a re?
Si vuol seguire una procedura
farraginosa, molto più compli-cata dell’articolo 138. In più,
questa farraginosa procedura
presuppone una legge costitu-zionale che la codifichi, da ap-provarsi con le procedure oggi
vigenti. Chi guardasse dall’e-sterno, penserebbe che si vuole
complicare per non fare nulla.
Invece, la verità è che, con que-sto procedimento, non si esau-tora il Parlamento, ma lo si
mette alle corde. Ricorda il di-scorso del presidente della Re-pubblica, al momento della sua
rielezione? Si è trattato d’un at-to d’accusa contro le Camere
inconcludenti, che i parlamen-tari hanno incassato senza bat-tere ciglio. Così, sullo svolgi-mento della nuova procedura igilerà il governo, con l’aiuto
dei suoi consulenti, sotto l’egi -da del capo dello Stato e secon-do un “cronoprogramma” che
dovrebbe garantirne la conclu-sione entro 18 mesi. Dove sia
questa garanzia, però, nessuno
lo sa. I Parlamenti, per defini-zione, sono padroni dei propri
tempi e lavori: ci mancherebbe
che non fosse così! Per ora, si sa
solo che i 18 mesi suonano
piuttosto come garanzia di du-rata del governo. E non vor-remmo credere che la garanzia
stia nella minaccia di dimissio-ni del presidente della Repub-blica, dimissioni che, come
sanno i costituzionalisti, non
sono affatto nella sua disponi-bilità secondo valutazioni po-litiche e che precipiterebbero la
situazione nel caos.
C’è una riforma necessaria e ur-ge n te?
Sì, lo si è detto infinite volte: la
riforma della legge elettorale.
Non sto a ripetere le ragioni.
Faccio solo osservare che, per
riconoscimento unanime,
quella attuale è giudicata inco-stituzionale. Dunque, per
quanto si voglia voltare lo
sguardo dall’altra parte, noi ab-biamo – unici nel mondo delle
democrazie – un Parlamento
carente di legalità costituziona-le. Se poi consideriamo che la
formula del governo di larghe
intese – necessitata o non: non
è questo il punto – non ha alcun
rapporto, anzi è in contrasto,
con la volontà degli elettori e
con il risultato elettorale, allora
al deficit di legalità si aggiunge
un altrettanto, anzi più, grave
deficit di legittimità. E, in que-ste condizioni, si pensa di dare
al nostro Paese una nuova co-stituzione? Non è ybris , presun-zione?
Sulle riforme gravano poi le in-cognite legate ai processi Berlu-sconi. Che opinione s’è fatto
della decisione della Consulta
sul legittimo impedimento nel
processo Mediaset?
Da quel che si sa, mi pare che la
Corte abbia fatto applicazione
rigorosa dei suoi precedenti.
Chi parla di contraddizione,
dovrebbe avere cura di studiare
un poco e non falsificare i dati.
Il punto è la cosiddetta “leale
collaborazione” tra governo e
autorità giudiziaria. La leale
collaborazione non significa
affatto autorizzazione a una
delle parti perché possa boicot-tare l’attività dell’altra. Signifi-ca che entrambe devono coo-perare per un fine comune, il
corretto esercizio di funzioni
che hanno la medesima dignità
costituzionale. La Corte ha ri-tenuto che da parte dell’allora
presidente del Consiglio vi sia
stato proprio questo boicottag-gio dell’attività giudiziaria.
Non c’è nulla d’aggiungere

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