L
uis Sepúlveda, iniziamo dal ricordo di quelle ore. A mez-zogiorno dell’11 settembre viene bombardato il Palazzo
della Moneda. Tu e gli altri membri del gruppo delle
guardie del corpo più vicine ad Allende dove eravate?
Con altri due compagni del Gap, del gruppo di amici per-sonali ossia la guardia del corpo di Allende, eravamo respon-sabili della sicurezza di una installazione che dava l’acqua
potabile a Santiago perché il fascismo, la controrivoluzione
cilena, finanziata dagli Stati Uniti e gruppi paramilitari ave-vano intentato azioni per eliminare l’acqua. Poi una parte del
gruppo stava nella residenza di Allende, altri alla Moneda
con lui.
E quando hai saputo del Golpe?
Il primo desiderio è stato di andare alla Moneda. Però già la
resistenza dei quartieri popolari era forte, come nei settori
industriali della città. Siamo arrivati a un ospedale del Sud di
Santiago dove i soldati avevano ammazzato dottori, pazienti,
gente che ci lavorava. Qui abbiamo sentito le ultime parole di
Allende da Radio Magallanes , l’ultima al servizio del governo
democratico, con le istruzioni del presidente di non lasciarsi
m a ta re , non morire, sopravvivere e organizzare la resisten-za.
Cosa ricordi di quelle ore?
È stato un giorno particolare, strano, non solo terribile e do-loroso. Era settembre, l’inizio della primavera, un mese di sole,
con la temperatura che aumenta tutti i giorni. Quell’11 di set-tembre è stato un giorno di pioggia; una pioggia che dava alla
città un colore stranissimo, un colore di penombra che era una
sorta di premonizione del tempo che si avvicinava.
La cornice al dramma...
I morti, i tanti compagni visti per l’ultima volta, altri li ho in-contrati anni dopo nell’esilio, altri in carcere, altri sono scom-parsi. È stato il giorno più lungo e terribile della mia vita perché
era la fine di una forma dell’essere. Da un punto di vista io, l’11
settembre del ’73, ero un giovane di 23 anni. Alle 5 della sera di
questo giorno già la giovinezza era passata, era sconfitta.
Improvvisamente adulto, cosa hai fatto?
Sopravvivere. Organizzare la resi-stenza, il movimento popolare.
Nei mesi precedenti, cosa vi aspet-tavate? C’è stata una incapacità di
capire cosa stava accadendo?
Sentivamo un profondo rispetto per
l’esperienza di altri paesi dove era
possibile una rivoluzione armata
ma sapevamo che il Cile era diverso.
Avevamo una particolarità, una sin-golarità nel continente americano
che rendeva il Cile un paese dove era
possibile arrivare a un socialismo
democratico per la via pacifica.
Pe rc h é ?
La nostra tradizione democratica
era la più lunga di tutto il conti-nente americano se si pensa che il
Parlamento cileno, fino all’11 set-tembre del ’73, è stato il parlamen-to più antico del mondo dopo
quello britannico.
Ma c’erano stati segnali prima del-l’11 settembre?
A giugno un primo tentativo di
golpe militare, soffocato grazie a
un generale leale ad Allende, Carlos Prats, poi ucciso in Ar-gentina.
Avete sottovalutato la situazione?
Quando l’insurrezione militare di giugno era stata già scon-fitta, 100 mila operai si concentrarono di fronte alla Moneda
al grido: “ Armi, armi, armi! ”. Allora il generale Prats disse ad
Allende: “Presidente, se mi dà l’ordine io apro gli arsenali di
guerra e armo il popolo”. E Allen-de: “No. Questa è una rivoluzione
democratica, pacifica, con pieno
rispetto delle istituzioni”.
Poi c’è stato un crescendo...
Sì, come lo sciopero dei trasporti
finanziato dagli Stati Uniti: se si
guadagnava 100 per un giorno di
lavoro, l’ambasciata americana pa-gava 1.000 per stare fermi.
E voi?
Consegnavamo tutto: medicine,
alimenti. E grazie ai camion dei
compagni militanti dell’Unità po-polare, ai taxi, alle biciclette. Uti-lizzavamo tutto per non paralizza-re il paese. E la guerra che combat-tevamo si chiamava guerra della
produzione. La ricchezza del Cile è
il rame, lo avevamo nazionalizzato,
e lo esportavamo non solo come
una materia prima, ma lavorato,
manifatturato. Il rame significava
lavoro per quasi 300 mila operai.
Inoltre avevamo un grande potenziale agricolo ed energetico
e la fiducia nella nostra capacità di frenare la controrivo-luzione.
Pe r ò . . .
Abbiamo sottostimato il ruolo degli Stati Uniti. Il presidente
Nixon decise di eliminare il governo come una questione
personale, Kissinger fece di tutto per finanziare la contro-rivoluzione anche con l’arruolamento di mercenari, di cri-minali che arrivarono nel Cile a seminare il terrore.
Gli Stati Uniti non potevano permettere un’altra Cuba.
Penso che il grande peccato sia stato sottostimare l’impor -tanza crescente dell’esempio della rivoluzione cilena perché
era perfettamente imitabile in altri paesi che avevano una
traiettoria politica democratica che si avvicinava alla nostra,
come l’Uruguay, per esempio. Anche l’importanza interna-zionale della nostra rivoluzione era crescente. Nel 1972, al-l’assemblea generale delle Nazioni Unite, Allende ha fatto un
discorso che ha prefigurato i grandi poteri delle compagnie
multinazionali, dell’impresa anonima in quanto alla nazio-nalità (perché non si sa che paese rappresenta il consiglio
degli azionisti per esempio di una grande multinazionale).
Allende disse che queste grandi compagnie cominciavano a
rimpiazzare la sovranità dello stato.
Andare in esilio dopo quattro anni è stato l’esito di una conside-razione realista o portava anche un senso di sconfitta?
No, era inevitabile. Sono stato quasi tre anni in prigione e,
dopo una farsa di giudizio, condannato prima alla pena ca-pitale poi a 28 anni. I prigionieri politici non avevano diritto
a un difensore, ma a un avvocato militare che era nominato
dalla stessa giustizia militare. Un giorno il mio mi disse: “Ho
una buona notizia”. E io: “Non mi ammazzano con la forca,
mi fucilano?”. “No, ti cambiano la condanna di morte con 28
anni di carcere”. Pensai: bene, ne ho 23. Sarò libero a 51. Mi
resta tempo per vivere...
E invece...
Quando stavo per entrare in carcere, una ragazza di Amburgo
che non conoscevo, attivista diAmnesty Internationall, che in-credibilmente aveva letto due miei racconti pubblicati nella Ddr, ha cominciato la campagna che ha portato Amnesty a
reclamare la libertà di un prigioniero di coscienza. Con un
risultato: mi hanno applicato un famoso decreto della dit-tatura, il numero 501: da 28 anni di carcere all’esilio.
Destinazione Germania?
No, la Svezia. Ma il volo faceva scalo a Buenos Aires e qui ho
deciso che volevo restare vicino al Cile, in Sudamerica.
Nonostante il pericolo.
Sì, ma era impossibile la permanenza a Buenos Aires perché
c’era una dittatura terribile. Dall’Argentina sono andato in
Uruguay ma era la stessa storia. Ho ritrovato vecchi com-pagni o famiglie di compagni che mi hanno detto: “Per noi sei
il benvenuto però la situazione è questa”. Quindi il Brasile. Lì
ho cominciato a lavorare in un teatro di cui era direttore un
mio ex compagno della scuola di teatro dell’università del
Cile, un brasiliano. Tre settimane, ma un giorno è arrivata la
polizia politica brasiliana e in 48 ore ho dovuto abbandonare
il paese.
A quel punto?
Il Paraguay e poi la Bolivia. Avevo tanti amici anche in Bo-livia ma era la stessa situazione.
Tutto il Sudamerica.
Sì, poi il Perù. Un giorno casualmente un grande scrittore
ecuadoriano, Jorge Enrique Adoum, mi ha falsificato un do-cumento per visitare e lavorare in Ecuador. E in Ecuador ho
fatto tante cose: ho lavorato nella stampa, sono stato pro-prietario di un piccolo caffè-teatro, poi una spedizione in
Amazzonia che dopo mi ha dato il materiale per la scrittura
de “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”.
Torniamo a quei momenti. Nelle ore successive, nei
giorni successivi cosa facevate? Quanto contava la so- lidarietà del mondo?
Abbiamo scoperto la solidarietà dal primo giorno. Non c’era
internet, l’unica possibilità di sapere era la radio e le trasmissioni
a onde corte. Ricordo che la prima grande dimostrazione di
solidarietà arrivò attraverso Radio Nederland, nella trasmissione
in spagnolo della radio olandese che parlava di grandi mani-festazioni di gente ad Amsterdam, a Berlino, a Roma eccetera.
Non eravamo soli. La solidarietà internazionale stava funzio-nando. Poi Radio Mosca cominciò con una trasmissione che si
chiamava “Escucha Chile”, tre volte al giorno.
Come vi organizzavate?
Sapevamo che la nostra capacità non era la stessa della forza
armata però sapevamo che la simpatia popolare permetteva
piccole azioni. Già il 15 di settembre il primo atto operativo
militare della resistenza: l’assalto a tre camion del pane e la
distribuzione in un quartiere popolare. Poi le prime pubbli-cazioni di una sinistra clandestina, distribuite alla fermata del
bus, nella stazione del metro, lanciate nella strada da un edificio,
nell’università. Alla dittatura, che
diventava più brutale, più forte, la
risposta era sempre uno sforzo im-maginativo per conservare la resi-stenza. La differenza tra socialista,
comunista, Mir era scomparsa: tutti
compagni, tutti nella stessa trage-dia. Nei sedici anni della dittatura,
Pinochet e i suoi uomini non hanno
conosciuto un solo giorno di pace:
tutti i giorni hanno avuto un’azione
della resistenza, due azioni. Esecu-zioni dei criminali della dittatura.
Cosa resta di allora?
Provo una rabbia enorme nel ve-dere che l’attuale dirigenza poli-tica cilena della destra e del cen-tro-sinistra che ha governato ven-ti anni ha dimenticato questo, ha
dimenticato lo sforzo che ha signi-ficato mantenere una resistenza.
Pensavate che la dittatura sarebbe
durata così a lungo?
No, no. Questa è una cosa che è
comune a tutti i popoli. Nessuno
pensa che la dittatura durerà tanti
anni. I vecchi spagnoli dicevano sempre: “No, in questo anno
Franco cade”. Ma c’erano cose difficili da capire. Per esempio
che un paese comunista come la Repubblica popolare cinese
fosse stato il primo paese, ancora prima degli Stati Uniti, ad
avere rapporti diplomatici e commerciali con la dittatura di
Pinochet; che la ex Unione sovietica, affratellata con il Partito
comunista cileno, non avesse interrotto le relazioni con la dittatura e anzi le col-tivasse. Per noi la so-lidarietà più impor-tante è giunta dai di-scorsi di Willy Brandt
in Germania e Olof
Palme in Svezia.
Q u a ra n t ’anni dopo, che cittadino si sente Luis Sepùlveda?
Di tanti paesi. Il mio è un passaporto tedesco e ringrazio la
Germania perché mi ha dato la possibilità di girare il mondo
senza problemi. Vedi, per un lungo periodo sono stato un
apolide, ed è terribile avere il passaporto che ti danno le Na-zioni Unite, un passaporto blu. Sei sempre l’ultimo nell’ae -roporto, sempre sospetto. Ti lasciano o non ti lasciano salire
sull’aereo: tutto dipende dalla volontà del comandante del-l’aereo. Ti lasciano o non ti lasciano entrare in un paese: tutto
dipende dal poliziotto che guarda il tuo passaporto. Sei un
uomo di quarta categoria.
E adesso com’è il Cile, quarant’anni
d o p o?
Tutte le dittature lasciano un frutto
e questo frutto è un frutto terribile,
è un frutto ideologico. Non si fi-nisce con questo frutto ideologico
della dittatura in maniera veloce
perché è una questione culturale
che si installa nella società. È l’in -dividualismo, la negazione della
cultura, la negazione della memo-ria, la negazione della storia anche.
Però una parte importantissima
della società cilena ha cercato di re-cuperare tutta la memoria, tutte le
storie e di contribuire al racconto
della nostra società in una maniera
completa. E curiosamente la gente
più entusiasta di questo sono i gio-vani del Cile.
Con un’eredità terribile...
Certo, se poi si pensa che la ditta-tura è finita nel 1990, non si capisce
come nel 2013 il paese abbia la stes-sa costituzione lasciata da Pino-chet, scritta per Pinochet, in favore
della dittatura e della gente affine al dittatore.
Che ne pensa del governo attuale?
Sebastián Piñera è un uomo di evidenti limiti intellettuali, il
poverino non è incolpabile di questo, ma Piñera e tutto il suo
corpo di ministri è tutta gente che ha fatto fortuna con la
dittatura. Sono stati complici della violazione dei diritti uma-ni.
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