lunedì 2 settembre 2013

La rivoluzione dei diritti da Malala al Datagate di Rodota

V
I È un filo robusto che
unisce alcune vicende di
questi giorni – il discorso
all’Onu della giovane pakistana
Malala e il Datagate, le parole di
Papa Francesco a Lampedusa e
le decisioni in materia economi-ca di corti costituzionali di diver-si Paesi. In tutti questi casi vi è un
visibile conflitto tra diritti e po-teri globali: il diritto all’istruzio-ne contrapposto al potere del
terrore; il diritto alla privacy di
fronte al potere di chi vuole eser-citare un controllo planetario
sulle persone senza limiti e sen-za frontiere; il diritto dei migran-ti contro il potere escludente de-gli Stati; il diritto di ciascuno a
non essere ridotto ad oggetto
contro il potere del mercato.
Si è venuta accreditando, in
questi anni, una lettura del mon-do che lo vede sempre più domi-nato da poteri incontrollabili,
perché la dimensione globale
sfugge alla possibilità di regola-zione degli Stati e perché l’unica
legge sarebbe ormai solo quella
del mercato, legge “naturale” di
fronte alla quale ogni altra regola
diviene priva di forza e di senso.
Davvero un mondo ad una sola
dimensione, unificato dalle pre-tese di una superpotenza o affi-dato a soggetti nuovi, come Face-book, ormai terza “nazione” del
pianeta con il suo miliardo di
“abitanti”. Ma le vicende ricorda-te prima ci dicono che non è così,
che di fronte ai nuovi padroni del
mondo, ai nuovi sovrani globali,
si manifesta con intensità cre-scente la forza regolatrice dei di-ritti, che può restituire alla politi-ca il ruolo che le è stato sequestra-to dal riduzionismo economico. L
o sfondo, peraltro, è quello delle
molte e difficili “primavere”, del-le proteste diffuse che inducono
più d’uno a parlare dell’avvio di
una “rivoluzione globale” proprio intor-no alle rivendicazioni di diritti.
Nelle parole ferme ed eloquenti di
Malala si deve cogliere proprio questo
spirito. Non vi è soltanto il rifiuto del ter-rorismo, l’orgogliosa rivendicazione del
“non mi piegheranno”. Vi è una indica-zione politica precisa: il diritto all’istru-zione è l’arma più potente, e per ciò più
temuta, nella lotta al terrorismo. Sì che la
strategia militare, l’unica effettivamen-te praticata con enorme dispendio di ri-sorse economiche, non può mai essere
sufficiente. Vi è un dovere degli Stati di
intervenire perché il diritto all’istruzio-ne sia effettivo e garantito a tutti: quelli
che insistono sulla necessità di accom-pagnare al discorso dei diritti quello dei
doveri, dovrebbero cimentarsi con temi
come questo, e non usare l’insistenza
sui doveri come strumento per svuotare
di significato soprattutto i diritti sociali.
La riflessione sulla lotta al terrorismo
al di là della pura logica militare o poli-ziesca incontra la questione del Dataga-te. La reazione ad una schedatura plane-taria ad opera degli Stati Uniti ha rimes-so in onore un diritto, quello alla privacy,
alla protezione dei dati personali, di cui
si era certificata la morte proprio per le-gittimare qualsiasi raccolta di informa-zioni personali, riducendo le persone al
ruolo di fornitori obbligati di dati ritenu-ti necessari per il funzionamento del
mercato e di meccanismi totalizzanti di
controllo. Di nuovo la rivendicazione
planetaria di un diritto, di cui siamo tor-nati a scoprire la funzione di tutela di li-bertà fondamentali.
Al fondo di queste due vicende si sco-pre l’assoluta mancanza di rispetto per i
diritti di tutti e di ciascuno, sempre sa-crificabili per una ragion di Stato o di
mercato. Si è radicata  quella indifferen-za peraltro denunciata a Lampedusa dal
Pontefice, con accenti che toccano in
primo luogo e giustamente i migranti,
ma che davvero riguardano tutti. La co-struzione intorno ai migranti di un nuo-vo modo d’intendere i diritti è davvero
questione ineludibile, per la qualità e
quantità del fenomeno, globale per de-finizione e dal quale dipende l’assetto
futuro del mondo. È una “politica dell’u-manità” che deve essere avviata, indi-spensabile perché ciascuno di noi possa
uscire da una condizione che ci ha fatto
prigionieri dell’egoismo, che ha inter-rotto i legami sociali, che ci consegna
una società frammentata nella quale,
come ha scritto Luigi Zoja, facciamo i
conti con “la morte del prossimo”.
Nel suo ultimo romanzo, Aldo Busi ha
descritto con parole dirette questa con-dizione: «C’erano una volta gli altri e poi
improvvisamente scomparvero dalla
faccia della terra e io non fui pertanto più
un altro per nessuno». Alla scomparsa
delle persone, sostituite da astratti si-mulacri modellati sulle esigenze del
consumo o del controllo, si reagisce pro-prio rivendicando la materialità dell’es-sere e dei bisogni, e misurando su questi
i diritti di ciascuno. Ritorna imperioso il
bisogno di pronunciare la parola più ne-gletta della triade rivoluzionaria, “fra-ternità”, ricordando che l’articolo 2 del-la nostra Costituzione parla di “doveri
inderogabili di solidarietà politica, eco-nomica e sociale”. Non a caso si invoca
oggi una “solidarietà globale” come
orizzonte della politica. Così la rivendi-cazione dei diritti, che qualcuno vuol
leggere come estrema frontiera dell’in-dividualizzazione, si immerge invece
nel contesto sociale, trova le sue radici in
una “rivoluzione della dignità” che non
è solo quella del singolo, ma la “dignità
sociale” alla quale si riferisce l’articolo 3
della Costituzione. Forse possono tor-nare tempi propizi per quello che Eligio
Resta ha chiamato un “diritto fraterno”.
Queste non sono dichiarazioni di
buoni propositi o sentimenti, ma linee
direttive lungo le quali si muovono con-cretissimi interventi a tutela della perso-na e dei suoi diritti. Se, per fare un solo
esempio, si considerano le molte sen-tenze con le quali diverse corti hanno af-frontato il conflitto tra il diritto fonda-mentale alla salute e il potere di Big Phar-ma, delle grandi multinazionali farma-ceutiche, si coglie una tendenza a far
prevalere le ragioni della salute su quel-le del profitto con caratteristiche davve-ro globali, visto che si va dalle corti costi-tuzionali di Sudafrica e India alla Corte
di Giustizia dell’Unione europea, alla
Corte Suprema degli Stati Uniti. Que-st’ultima, il 13 giugno, ha pronunciato
una sentenza che pone limiti alla bre-vettabilità del genoma, con diverse spe-cificazioni, ma sostanzialmente acco-gliendo le sollecitazioni di chi voleva in-frangere il monopolio di una società,
Myriad Genetics, per quanto riguardava
i test riguardanti il cancro al seno. E, in
più di una decisione, la prevalenza ac-cordata ai diritti fondamentali è stretta-mente collegata con la considerazione
come beni comuni dei mezzi diretta-mente necessari per la loro attuazione.
Nel mondo globale, dunque, si spri-giona oggi una forza dei diritti che si ma-nifesta nei luoghi più vari e ad opera di
una molteplicità di soggetti. Si affianca-no, e talora si sostengono reciproca-mente, movimenti popolari e interventi
delle corti, iniziative legislative e azioni
di gruppi sociali organizzati. Qui la poli-tica deve fare le sue prove, pena la sua
crescente marginalizzazione. Dobbia-mo ricordarlo oggi, perché si avvicinano
le elezioni europee e la delegittimazione
dell’Unione, dovuta alla sua totale iden-tificazione con la logica dei “sacrifici”,
può essere arrestata solo se si ricorda che
esiste un ordine europeo nel quale, con
lo stesso valore giuridico dei trattati, esi-ste una Carta dei diritti fondamentali.

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