L
A NATURA non si brevetta.
Con questo slogan si può
tradurre la decisione che
arriva dagli Stati Uniti. D’altra
parte per semplificare un po’, ma
non troppo, la biologia contem-poranea può essere considerata
come uno scontro fra Titani. Da
una parte, ci sono gli scienziati
“duri e puri”, interessati alla ri-cerca per scoprire com’è fatta la
Natura, per il bene dell’umanità.
D
ALL’ALTRA parte, gli scienziati
“duri e impuri”, interessati alla
ricerca per scoprire com’è fatta
la Natura, per il bene del loro conto in
banca.
I vessilliferi di questi due gruppi so-no i due biologi più famosi del mondo:
rispettivamente, James Watson e
Craig Venter. Entrambi sono stati de-gli enfant prodige, e sono diventati de-gli enfant terrible. Ed entrambi hanno
legato il loro nome al Progetto Geno-ma, che nel 2000 ha portato alla se-quenziazione del genoma umano.
Watson fu il primo direttore del
Consorzio pubblico fondato nel 1988
dall’Istituto Nazionale della Sanità de-gli Stati Uniti, che coordinò una ricer-ca internazionale in cui parti diverse
del genoma furono sequenziate da na-zioni diverse. Venter fu invece il presi-dente della compagnia privata Celera,
che nel 1998 si affiancò al Consorzio
pubblico nella corsa al traguardo. La
sua entrata in gara accelerò la corsa,
che però in parte fu truccata dal fatto
che la Celera usò molti dei dati del
Consorzio pubblico, che erano essi
stessi pubblici.
La corsa si concluse con una dichia-razione di parità il 26 giugno 2000,
quando il secondo direttore del Con-sorzio pubblico, Francis Collins, an-nunciò insieme a Venter alla Casa
Bianca il raggiungimento dell’obietti-vo. Il presidente Clinton dichiarò che
l’uomo aveva appreso il linguaggio
della vita, ma rimaneva da leggerne il
libro: cioè, identificare i geni che ne co-stituiscono i capitoli. E già prima di
quel momento era sorta la questione
se i geni identificati si potessero “bre-vettare”: parola che, naturalmente, è
solo un sinonimo di “privatizzare”.
Come si può immaginare, Watson
era assolutamente contrario. E così era
Renato Dulbecco, premio Nobel per la
medicina e primo ideatore del Proget-to Genoma, che in un’intervista per
Repubblica del 2002 mi disse: “Per me
un brevetto è un prodotto ottenuto
con mezzi non banali, e che abbia di-mostrata utilità. Brevettare un gene da
cui si è ottenuto un prodotto utile, va
bene. Ma non so perché si debba con-cedere il brevetto a un gene soltanto
perché lo si è identificato, senza sape-re né dove agisce, né cosa fa”.
Come si può di nuovo immaginare,
Venter era al contrario assolutamente
favorevole. Il premio Nobel per la me-dicina Hamilton Smith, che è la mente
dei progetti di cui Venter è il braccio,
prese una posizione intermedia, così
testimoniata in un’altra intervista che
gli feci per Repubblica nel 2005: “Non
ho problemi coi brevetti provvisori,
che congelino ad esempio per un anno
i diritti su un gene che è stato appena
trovato, nell’attesa che se ne scopra
qualche uso immediato”.
In realtà, messi da parte gli interessi,
la non brevettazione dei geni era sem-plicemente una questione di buon
senso. Anche perché si può facilmente
immaginare cosa succederebbe se si
brevettassero geni umani: tutti gli es-seri che li hanno potrebbero essere co-stretti a pagare, per il solo fatto di aver-li. Si istituirebbe così una tassa sull’esi-stenza, ancora peggiore di quelle per
l’aria che si respira, l’acqua che si beve,
o il Sole che ci riscalda. Una vera follia,
che solo l’avidità di un Dottor Strana-more poteva immaginare e difendere.
La Corte Suprema degli Stati Uniti
ora ha finalmente dato ragione a Wat-son e Dulbecco, oltre che agli uomini
di buon senso, a proposito dei geni
umani. Ma ha lasciato aperta la que-stione dei geni artificiali, ai quali si
stanno dedicando da anni Venter e
Smith: la guerra continua.
Ma i geni artificiali restano protetti
questa sarà la vera scommessa del futuro”
ROMA — «Leggere il Dna è di-ventato così facile oggi. Conce-dere brevetti sulle sequenze
dei geni non era solo sbagliato,
era diventato ormai anacroni-stico». Fulvio Mavilio non è stu-pito: la sentenza della Corte Su-prema Usa prende atto dell’a-vanzamento prepotente della
tecnologia nel campo della ge-netica. Lo scienziato che oggi
dirige Genethon (l’equivalente
francese di Telethon) ha inse-gnato biologia molecolare al-l’università di
Modena e Reg-gio e fondato
due aziende
biotech a Mila-no. Alla doppia
elica sa dun-que guardare a
tutto tondo.
Cosa cam-bia per noi eu-ropei?
«Pratica-mente nulla.
L’Europa ha
deciso anni fa
che il genoma
non è brevet-tabile. Il caso
americano era un parados-so e la decisione della Cor-te Suprema era molto at-tesa. Quando la Myriad
ottenne il brevetto, se-quenziare un gene come
Brca era un’impresa d’a-vanguardia. Oggi un mio
studente saprebbe farlo».
Perché allora i test del-la Myriad da noi costavano
come negli Usa?
«Perché nessuno ha mai
prodotto un test concorrente.
In Europa il brevetto non era ri-conosciuto, d’accordo. Ma la
paura di finire in tribunale con
spese legali enormi aleggiava
comunque».
La ricerca ora sarà più libe-ra?
«I brevetti riguarda vano la commercializzazione
dei test genetici. Non avevano
impatto sulla ricerca di labora-torio. La nostra libertà non era
in ballo perché siamo diventa-ti da tempo bravi e veloci nel se-quenziare il Dna, senza biso-gno della Myriad».
Perché le azioni della My-riad sono salite?
«Perché la Corte da un lato ha
cancellato i brevetti su una tec-nologia del passato. Ma dall’al-tro ha sancito la possibilità di
chiederli sulla tecnologia del
futuro: la genetica che intervie-ne sul Dna modificandolo. Si
tratta di tecniche con cui pos-siamo produrre farmaci, pian-te, semi o animali per curare le
malattie. E lì l’elemento di in-novazione è innegabile. Per
questo la decisione della Corte
non ha stupito i mercati, e i gua-dagni delle azioni si spiegano
con un normale sospiro di sol-lievo. La sentenza ha rispettato
le attese e sventato il timore di
prese di posizione oscuranti-ste».
Giusta o sbagliata, la brevet-tabilità dei geni ha fatto da om-brello per anni a un enorme
settore della scienza. Ha forse
drogato un mercato?
«È vero, l’industria investe
dove intravede guadagni e i
brevetti hanno reso attraente
questo settore in anni cruciali
per la sua crescita. Ma il fattore
essenziale per la scienza resta
la conoscenza, non la brevetta-bilità. Al progresso della gene-tica ha contribuito infinita-mente di più il Progetto Geno-ma Umano. I cui dati sono da
sempre pubblici»
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