C
OME tutte le espressioni
correnti del linguaggio
politico, anche l’espressione “crisi di partecipazione
politica” viene comunemente
adoperata in diversi significati.
Credo che il miglior modo d’avviare una discussione sul tema
sia quello di cominciare a fare
qualche distinzione. A mio parere, conviene distinguere tre
usi diversi dell’espressione. Il
che val quanto dire che il fenomeno di cui intendiamo occuparci ha (almeno) tre diverse
manifestazioni.
Nel senso più generale e anche più facile, quando si parla di
crisi di partecipazione, s’intende fare riferimento al fenomeno dell’apatia politica, cioè al
diffondersi di un certo disinteresse per la politica, che sembra
una delle caratteristiche della
società di massa. L’apatia politica è un aspetto del fenomeno
più ampio della “depoliticizzazione”. La quale, a sua volta,
sembra connessa, da un lato,
allo sviluppo della società tecnocratica, dall’altro, all’ingigantirsi e al rafforzarsi, nella società delle grandi organizzazioni, degli apparati burocratici.ome tutte le espressioni
correnti del linguaggio
politico, anche l’espressione “crisi di partecipazione politica”
viene comunemente adoperata in
diversi significati. Credo che il miglior modo d’avviare una discussione sul tema sia quello di cominciare a fare qualche distinzione. A
mio parere, conviene distinguere
tre usi diversi dell’espressione. Il
che val quanto dire che il fenomeno
di cui intendiamo occuparci ha (almeno) tre diverse manifestazioni.
Nel senso più generale e anche
più facile, quando si parla di crisi di
partecipazione, s’intende fare riferimento al fenomeno dell’apatia
politica, cioè al diffondersi di un
certo disinteresse per la politica,
che sembra una delle caratteristiche della società di massa. L’apatia
politica è un aspetto del fenomeno
più ampio della “depoliticizzazione”. La quale, a sua volta, sembra
connessa, da un lato, allo sviluppo
della società tecnocratica, dall’altro, all’ingigantirsi e al rafforzarsi,
nella società delle grandi organizzazioni, degli apparati burocratici.
E infatti, una delle caratteristiche
dell’ideologia tecnocratica è di credere e di far credere che le grandi
decisioni siano di natura tecnica e
non politica. Orbene: se le grandi
decisioni possono essere prese c strumenti tecnici, non c’è più bisogno dei politici generici e tanto meno della partecipazione popolare
ancor più generica; bastano i competenti specifici. [...] Tecnocrazia e
burocrazia si congiungono al di sopra della sfera tradizionale riservata alla politica. La conseguenza di
questa congiunzione è appunto la
depoliticizzazione. Un’altra variante di questa crisi della partecipazione politica come crisi della
politica tout court è il fenomeno
della crisi delle ideologie: in genere
si crede che alla depoliticizzazione
si accompagni la deideologizzazione come sua ombra. Volendo stringere in un solo nesso tecnocrazia burocrazia e crisi delle ideologie, si
può dire così: più si tecnicizza il
processo di decisione, più si burocratizza il processo di potere; più si
burocratizza il processo di potere,
più si de-ideologizza il processo
delle scelte fondamentali.
In un secondo senso si parla di
crisi di partecipazione per indicare
non già il fenomeno della mancanza di partecipazione bensì il fenomeno della partecipazione distorta
o deformata. [...] La partecipazione
distorta o deformata è la partecipazione ottenuta con le tecniche della manipolazione del consenso. È
una partecipazione non attiva ma
passiva, non libera ma coatta, non
spontanea ma forzata, non autodiretta ma eterodiretta. Ci si domanda se si possa ancora parlare appropriatamente di partecipazione: alcuni vorrebbero chiamarla piuttosto mobilitazione, usando un termine con un evidente significato
emotivo negativo che serva a metterne immediatamente in luce il
carattere di fenomeno deviante.
Sotto questo aspetto, crisi di partecipazione vuol dire risoluzione della partecipazione in mobilitazione.
Questa crisi di partecipazione è
l’effetto del sempre maggior rilievo
che nella moltiplicazione e nella
diffusione delle comunicazioni di
massa acquista il potere ideologico
accanto ai tradizionali poteri eco nomico e politico. Intendo per potere ideologico il potere che si esercita attraverso il dominio dei mezzi
di comunicazione di massa, cioè
dei mezzi con cui chi detiene il potere cerca di ottenere il consenso
dei soggetti ad esso sottoposti. [...]
Vi è infine un terzo significato in
cui si parla di crisi di partecipazione politica: la partecipazione ha
luogo, e quindi non vi è mancanza
di partecipazione; si può anche
ammettere che sia libera e quindi
non manipolata, cioè sia vera e propria partecipazione (e non, per
esempio, mobilitazione). Ma vi
può essere un’altra ragione per cui
la partecipazione sia insoddisfacente, e pertanto sia legittimo parlare di crisi: la partecipazione non
produce gli effetti che da essa ci si
attende, cioè è inefficace e quindi
inutile. Si partecipa e quindi non si
resta assenti dalla competizione
politica; ci si può anche muovere
nell’ambito delle scelte politiche
con una certa libertà, e quindi non
si può parlare di vera e propria manipolazione (dove vi è concorrenza
tra le varie parti che si contendono
il potere, rimane sempre un certo
spazio per il formarsi di una opinione personale). Ma la partecipazione non raggiunge il proprio scopo
che è quello di dare all’individuo
partecipante una parte effettiva nel
processo al cui termine c’è la decisione politica. È un fatto che nella
misura in cui aumenta il numero
degli elettori nelle società di massa
sembra che le grandi decisioni vengano prese indipendentemente
dalla maggiore o minore partecipazione di coloro al cui interesse quelle decisioni sono rivolte. [...]
Appare subito chiaro che una soluzione adatta per risolvere la crisi
di partecipazione politica nel primo senso non è detto che sia adatta
per risolvere anche il problema
aperto dalla crisi di partecipazione
politica nel secondo senso, e così di
seguito. [...] Tanto per cominciare,
è noto che uno dei grandi rimedi
proposti per risolvere l’attuale crisi
della partecipazione politica è l’estensione della partecipazione dai
centri di potere politico ai centri di
potere economico. Giustamente si
osserva che nelle società industriali avanzate le grandi imprese sono
Stati nello Stato, e le loro scelte hanno un valore condizionante per tutta la collettività: se per decisioni politiche s’intendono quelle decisioni che incidono sulla redistribuzione delle risorse nazionali, non c’è
dubbio che le decisioni delle grandi imprese sono decisioni politiche. Perché ci sia corresponsabilità
di tutti alle grandi decisioni non basta la partecipazione al potere politico, come avviene nelle democrazie di tipo tradizionale, occorre anche una qualche partecipazione,
nelle forme più convenienti ed efficaci, al potere economico. L’allargamento della democrazia dalla
sfera politica alla sfera economica è
uno dei temi ricorrenti della pubblicistica di sinistra. Benissimo.
Però è subito evidente che una
riforma di questo genere può risolvere il problema dell’assenteismo o dell’apatia ma non certo quello della manipolazione né quello dell’inefficacia della partecipazione. [...]
L’altro grande rimedio — un vero e proprio toccasana dal modo
con cui è presentato — è quello della democrazia diretta. In ogni discussione sulla crisi della partecipazione, gira gira, si torna sempre
alla riproposta della democrazia
diretta. I regimi democratici non
funzionano perché sono fondati
sulla democrazia rappresentativa,
che è un inganno cui non crede più
nessuno, e così via discorrendo.
Eppure, a ben guardare, anche la
democrazia diretta, posto che sia
attuabile, e nei limiti in cui è attuabile, non è un rimedio universale.
Delle tre malattie della partecipazione essa è in grado di curare quasi esclusivamente la terza, cioè la
partecipazione inutile. [...] Non vedo invece come possa venir meno,
per il solo fatto che la democrazia
diventi diretta, l’inconveniente
della manipolazione. I plebisciti ne
sono una prova. [...] Il problema
della partecipazione — lo vediamo
sempre più chiaramente — non è
un problema di quantità ma di qualità: o per lo meno non è soltanto un
problema di quantità. Non si tratta
tanto di sapere chi partecipa (problema dell’apatia) e neppure riguardo a che cosa (problema dell’efficacia della partecipazione);
ma come. [...] Mai come oggi ci si accorge che attraverso le tecniche di
manipolazione del consenso la più
grande democrazia (proclamata)
può coincidere con la più grande
autocrazia (reale). [...] Accettare
senza una verifica storica e razionale i miti correnti serve soltanto ad
aumentare la confusione.
Nessun commento:
Posta un commento