Q
UESTE parole le scrivo
per lanciare un allarme.
La riforma della legge
sul voto di scambio così com’è
stata approvata alla Camera
dei deputati non sembra affat-to utile a disarticolare i rappor-ti tra mafia e politica: anzi ri-schia di essere solo poco più di
una messa in scena. Bisogna
andar per gradi e capire i moti-vi di questo allarme.
Nel 1992– sull’onda dell’in-dignazione per due stragi,
quella di Capaci e via D’Amelio
– venne introdotto nel codice
penale l’articolo 416-ter che
punisce chi ottiene la promes-sa di voti dalle associazioni ma-fiose in cambio di denaro. È la
norma tuttora vigente in mate-ria di scambio elettorale politi-co-mafioso, una norma che al
suo interno conserva un gra-vissimo limite. Per essere puni-bile, infatti, il candidato che ri-ceve la promessa di voti da par-te dell’associazione mafiosa
deve aver erogato in cambio
del denaro, che è considerato il
solo possibile oggetto di scam-bio. Ma questa è una situazione
difficilmente riscontrabile; alle
organizzazioni criminali non
interessano i soldi dei politici,
ma i soldi che i politici possono
far guadagnare loro. La politica
è soltanto un mezzo per velo-cizzare il profitto. Appalti, posti
di lavoro, licenze, concessioni:
è così che i clan guadagnano. L
E ORGANIZZAZIONI non si fanno
pagare per ogni voto, sono lungi-miranti: sanno che informazioni
per una gara d’appalto possono essere
molto più utili per far lavorare decine
delle loro ditte per anni; un’agevolazio-ne sul piano regolatore può trasformare
terreni agricoli in migliaia di metri cubi
di cemento; una firma su una licenza può
far aprire ristoranti che altrimenti non
esisterebbero. Favori, non soldi: è così
che i clan organizzano il loro sviluppo.
Da anni si attendeva che questa norma
venisse resa davvero efficace, con le mo-difiche necessarie; per i governi di cen-trodestra e di centrosinistra, però, que-sto obiettivo non è mai stato una priorità.
Ora invece sembrava che fosse giunto
il tempo di una reale riforma; la Camera
dei deputati si è decisa a lavorarci ed ha
approvato un testo con la quasi unani-mità; esso è stato così riformulato:
«Chiunque accetta consapevolmente il
procacciamento di voti con le modalità
previste dal terzo comma dell’articolo
416-bis in cambio dell’erogazione di de-naro o di altra utilità è punito con la re-clusione da quattro a dieci anni. La stes-sa pena si applica a chi procaccia voti con
le modalità indicate al primo comma».
All’apparenza potrebbe sembrare che i
problemi sono risolti; non è più solo l’e-rogazione di denaro punibile come pos-sibile oggetto di scambio, ma anche “al-tre utilità”. Nella norma, però, si è cam-biato anche molto altro; se prima basta-va la mera promessa di voti da parte del-l’organizzazione mafiosa perché il can-didato fosse punibile, ora è necessario
provare il procacciamento, cioè un’atti-vità concreta di ricerca e raccolta voti per
quel determinato candidato da parte
dell’organizzazione criminale, utiliz-zando la sopraffazione tipica delle orga-nizzazioni mafiose.
E questo punto della norma è quello
che preoccupa di più. Le mafie sono
avanguardia economica e hanno mec-canismi d’operatività ben più complessi
che la semplice intimidazione.
Il procacciamento di voti, del resto, è
molto difficile da individuare, perché
implica la necessità di cogliere il boss e i
suoi affiliati mentre fanno “campagna
elettorale” per il politico in questione,
convincendo — con i loro mezzi tipici —
i cittadini a vendere il loro voto. I loro
mezzi tipici in campagna elettorale rara-mente sono violenti: sono piuttosto pro-messe di lavoro, di favori, appelli a rap-porti familiari, insomma le dinamiche
utilizzate anche dai partiti. La riforma
della norma invece fa riferimento al
“metodo mafioso” con cui procacciarsi
voti.
I boss non fanno mai (tranne in raris-simi casi) campagna elettorale in prima persona, ed è quasi impossibile dimo-strare che un elettore si è venduto il voto
o ha votato sotto pressione. I clan sanno
benissimo che dimostrare un voto com-prato, condizionato, scambiato è impre-sa quasi impossibile per gli inquirenti, i
quali invece, grazie alle intercettazioni e
alle dichiarazioni dei pentiti, spesso rie-scono a provare che un patto è stato real-mente stipulato tra boss e politico. E
questo è il punto attorno a cui deve fon-darsi una norma antimafia sullo scam-bio dei voti.
Ed è per questa ragione che la norma
diventa solo un mero feticcio, un atto
mediatico. O peggio. Viene infatti il dub-bio che attraverso questa norma si pos-sano mettere in forse alcuni importanti
processi in corso sui rapporti mafia-po-litica; penso, ad esempio, al processo
contro l’onorevole Cosentino. Se venis-se approvata una riforma che regola in
maniera complessiva il rapporto mafia
politica, essa non rischierebbe forse di
essere l’unico riferimento per sanziona-re i comportamenti illeciti dei politici,
anche quando sia stato contestato il con-corso esterno in associazione mafiosa?
Nell’inchiesta Cosentino, infatti, men-tre è chiaramente raccontata la promes-sa-patto tra politica e camorra non v’è al-cuna possibilità di dimostrare che il clan
abbia effettivamente “procacciato” i vo-ti. La riforma nasconde allora una trap-pola salva-Cosentino?
In questi giorni sono in molti che sol-levano dubbi su questa disposizione e
questi dubbi meritano di essere rilancia-ti e presi in considerazione dalla politica.
Il testo del nuovo articolo 416-ter deve
essere ancora votato dal Senato. Siamo
ancora in tempo, quindi, per migliorarlo
com’è necessario.
Il presidente Grasso ne auspica l’ap-provazione entro la pausa estiva. È un in-tento meritorio, ma deve sapere che
questa riforma così com’è non realizza
nessun reale obiettivo di contrasto.
Tutt’altro. Rischia di essere un regalo ai
clan magari fatto in maniera distratta,
una riforma votata in alcuni casi perché
non si conosce abbastanza il tema o per
alcuni è stata votata senza leggerla.
Il voto di scambio è un sistema crimi-nale che uccide la democrazia al suo più
importante livello, nel suo luogo più im-portante: e cioè nella libertà del seggio
elettorale. Abbiamo aspettato 20 anni
per una legge efficace. Facciamo in mo-do di non sprecare questa occasione. In
questi giorni, in occasione del triste an-niversario della strage di via D’Amelio, è
stata ricordata sui giornali una frase di
Paolo Borsellino: “Politica e mafia sono
due poteri che vivono sul controllo dello
stesso territorio: o si fanno la guerra o si
mettono d’accordo”. Evitiamo che sia la
legge ad aiutare a metterle d’accordo di parte. C’è il famoso intervento
sulla prescrizione per rendere i
termini compatibili con una seria
lotta alla corruzione. Quest’ulti-mo è forse il passo di maggiore ri-levanza politica in tutto il pac-chetto, giustificato da una forte
pressione dell’Europa. Di pre-scrizione si parla diffusamente
anche nell’ultima direttiva Ue
sulle frodi, che risale al luglio
2012, e che il governo vuole rece-pire il più in fretta possibile. La
prescrizione sarà un sicuro terre-no di scontro, perché l’ipotesi più
gettonata, quella di bloccarla con
il rinvio a giudizio (tesi sostenuta
dal vice presidente del Csm Mi-chele Vietti) non è ben vista dal
Pdl. Con i berlusconiani Letta do-vrà cercare una mediazione. Non
facile in questi giorni che “incro-ciano” la possibile sentenza del
processo Mediaset. Per questo di
prescrizione si parlerà più avanti.
Quanto al caso concussione, le
pressioni della magistratura per
tornare al passato, per cancellare
la contestata norma Severino che
ha separato la concussione per
costrizione (punita da 6 a 12 anni)
dalla induzione (da 3 a 8 anni),
con effetti deleteri sulla prescri-zione ridotta di un terzo, sono for-ti. Ma a palazzo Chigi ritengono
opportuno — prima di fare modi-fiche ulteriori che non tocchereb-bero i processi in corso — atten-dere la decisione delle sezioni
unite della Cassazione che il 24 ot-tobre dovranno dire la loro sui
due reati e dare una definitiva in-terpretazione.
A settembre è atteso il passo
decisivo sul commissario anti-corruzione. I candidati sono mol-ti, a partire dall’attuale presiden-te della Corte dei Conti Luigi
Giampaolino. Letta è deciso ad
ancorare fortemente quella figu-ra, che diventerà la sua longa ma-nus su tutta la materia, alla presi-denza
lunedì 23 settembre 2013
domenica 15 settembre 2013
Irresistibile Tur turro, gigolò bruttino e innamorato
Catherine Shoard
F
ading Gigolo, il film
scritto, diretto e in-terpretato da John
Tur turro e passato al
Festival di Toronto nei giorni
scorsi, è stato definito una
“commedia sexy a sfondo reli-gioso”. È stato senza dubbio il
film più originale e più affasci-nante del Festival di Toronto.
Tutti gli attori sembrano a pri-ma vista fuori parte, ma il risul-tato è stupefacente e inaspetta-to. Ma come è venuto in mente
a Turturro di scrivere un film
nel quale l’interprete principale
è un fioraio di buone maniere
che decide, spinto anche dal suo
amico Woody Allen, un libraio
sull’orlo del fallimento, di de-dicarsi al mestiere di gigolò?
Proviamo a chiederlo a lui. “E’
un film sull’amore”, risponde.
Un amore ben pagato. Nel film
la tariffa del gigolo Turturro è
di 250 dollari per un incontro di
appena venti minuti, poco più
di una sveltina. Woody Allen,
pappone sprovveduto e impac-ciato, gli procura le clienti tra
cui Sharon Stone , una derma-tologa svitata, e Vanessa Para-dis, ebrea di tradizione chassi-dica, vedova e madre di sei figli
della quale Turturro si innamo-ra perdutamente. La prima vol-ta che Turturro le si avvicina e la
sfiora, Vanessa Paradis scoppia
a piangere. Ma tra i due è amore
a prima vista e Turturro la con-quista definitivamente con la
sua famosa zuppa di pesce ko-sher alla quale lei risponde con
un corsetto vecchia maniera ir-resistibilmente sexy. “Tira il
laccio”, gli dice. “È come una
cerniera lampo”. Per fortuna
quando non indossa i panni del
gigolo Fioravante, farci quattro
chiacchiere non costa nulla.
Certo il servizio non è comple-to, ma la compagnia di Turtur-ro mentre sorseggia un tè è
sempre piacevole. Ha tutta l’a-ria di essere in pace con se stes-so.
Come ha detto Turturro, il film
è una storia d’amore e tocca i
momenti più convincenti
quando sullo schermo ci sono
Turturro e Woody Allen. “Ave -vo la sensazione” – mi dice che
un accento e un tono di voce al-la Woody – “che lui e io sarem-mo stati una coppia interessan-te”. Turturro e Allen già si co-noscevano – Turturro aveva
avuto una particina in “Hannah
e le sue sorelle” – ma Woody Al-len è venuto a sapere dell’idea
del film dal barbiere che en-trambi frequentano. Detto per
inciso, a giudicare dal taglio di
John e Woody, il barbiere deve
essere un vero Fi ga ro , un mae-stro delle forbici. La montagna
di pelliccia nera sulla testa di
Turturro ha del prodigioso e i
soffici capelli bianchi del set-tantasettenne Woody sembra-no finti per quanto sono belli.
Turturro gli parlò dell’idea e
Woody si offrì di dare un con-tributo alla stesura della sce-neggiatura e gli consigliò di leg-gere i racconti di Isaac Singer
per meglio conoscere gli aspetti
del chassidismo. “’Vuoi fare un
filmetto da quattro soldi o un
film che abbia un certo livello di
credibilità anche culturale?’ mi
chiese Woody”, racconta Tur-turro. Alla fine collaborarono al
progetto: “Il film è figlio mio
quanto di Woody”, spiega.
Entrambi concordarono sul
fatto che nel film doveva esserci
un ostacolo, una difficoltà dif-ficile da superare. L’ostacolo, la
difficoltà è la religione che si
mette tra il fioraio innamorato
e la bella vedova. Ma non è il
solo ostacolo. C’è anche un po-liziotto di nome Liev Schrei-ber.
“Io avevo pensato che lei dove-va essere musulmana o suora o
chassidica”, aggiunge. “Alla fi-ne abbiamo deciso che doveva-mo puntare su una donna ebrea
di tradizione chassidica, ma in
realtà il personaggio di Vanessa
Paradis è anche una mezza suo-ra, una che indossa sempre abiti
dimessi e che sembra disinte-ressata agli aspetti materiali
della vita”. Turturro fa una pau-sa poi prosegue: “La religione
ha molto a che fare con il sesso.
Sono cose che mi interessano.
Ho sempre amato “Narciso ne-ro”, il film inglese del 1947 con
Deborah Kerr. Tutti i personag-gi erano appassionati e l’intero
film trasmetteva sensazioni
erotiche”. Dà un sorso alla tazza
di tè. “Mi piacciono moltissimo
i film sulle suore”.
Turturro è nato a Brooklyn da
genitori immigrati dall’Italia di
religione cattolica. Come attore
è estremamente affidabile e
non tradisce mai i registi che
credono in lui. “Fading Gigolo”è
la sua quinta prova come regi-sta e ha tutta l’aria di volersi im-porre all’attenzione del pubbli-co quanto e più di “Romance
and Cigarettes”, il suo bellissi-mo musical con Kate Winslet e
James Gandolfini. In fondo l’i-dea di amore di quest’ultimo
film non è molto dissimile da
quella di Romance and Cigarettes.
“È stato un tentativo – spiega il
cinquantaseienne Turturro – di
far capire come può essere la vi-ta sessuale delle persone di
mezza età. In particolare del
personaggio principale, un uo-mo colto e solitario che abita
nella tumultuosa New York”.
L’aspetto più interessante del
film di Turturro è la sua visione
del desiderio femminile. Nel
film il personaggio di Turturro
rimane un po’ nell’ombra: ap-passionato sotto le lenzuola, ma
freddino e impacciato in tutte le
altre situazioni. Il personaggio
di Sharon Stone dice, a un certo
punto, che a renderlo così in-teressante è proprio il suo mo-do di fare distaccato. Secondo
lei è proprio questo che voglio-no le donne? “Per le donne è
importantissimo che un uomo
sappia ascoltare. E poi, per dirla
con Lincoln, non c’è niente di
più affascinate e irresistibile
della gentilezza. Invecchiando
anche io sono diventato molto
sensibile alla gentilezza”, mi di-ce sornione. “Mi piacciono le
donne; mi interessano. E mi è
subito piaciuta l’idea di un uo-mo come me, non particolar-mente bello, capace di essere
sensibile e di dare piacere”.
© The Guardian
Traduzione di Carlo Antonio
Biscott
F
ading Gigolo, il film
scritto, diretto e in-terpretato da John
Tur turro e passato al
Festival di Toronto nei giorni
scorsi, è stato definito una
“commedia sexy a sfondo reli-gioso”. È stato senza dubbio il
film più originale e più affasci-nante del Festival di Toronto.
Tutti gli attori sembrano a pri-ma vista fuori parte, ma il risul-tato è stupefacente e inaspetta-to. Ma come è venuto in mente
a Turturro di scrivere un film
nel quale l’interprete principale
è un fioraio di buone maniere
che decide, spinto anche dal suo
amico Woody Allen, un libraio
sull’orlo del fallimento, di de-dicarsi al mestiere di gigolò?
Proviamo a chiederlo a lui. “E’
un film sull’amore”, risponde.
Un amore ben pagato. Nel film
la tariffa del gigolo Turturro è
di 250 dollari per un incontro di
appena venti minuti, poco più
di una sveltina. Woody Allen,
pappone sprovveduto e impac-ciato, gli procura le clienti tra
cui Sharon Stone , una derma-tologa svitata, e Vanessa Para-dis, ebrea di tradizione chassi-dica, vedova e madre di sei figli
della quale Turturro si innamo-ra perdutamente. La prima vol-ta che Turturro le si avvicina e la
sfiora, Vanessa Paradis scoppia
a piangere. Ma tra i due è amore
a prima vista e Turturro la con-quista definitivamente con la
sua famosa zuppa di pesce ko-sher alla quale lei risponde con
un corsetto vecchia maniera ir-resistibilmente sexy. “Tira il
laccio”, gli dice. “È come una
cerniera lampo”. Per fortuna
quando non indossa i panni del
gigolo Fioravante, farci quattro
chiacchiere non costa nulla.
Certo il servizio non è comple-to, ma la compagnia di Turtur-ro mentre sorseggia un tè è
sempre piacevole. Ha tutta l’a-ria di essere in pace con se stes-so.
Come ha detto Turturro, il film
è una storia d’amore e tocca i
momenti più convincenti
quando sullo schermo ci sono
Turturro e Woody Allen. “Ave -vo la sensazione” – mi dice che
un accento e un tono di voce al-la Woody – “che lui e io sarem-mo stati una coppia interessan-te”. Turturro e Allen già si co-noscevano – Turturro aveva
avuto una particina in “Hannah
e le sue sorelle” – ma Woody Al-len è venuto a sapere dell’idea
del film dal barbiere che en-trambi frequentano. Detto per
inciso, a giudicare dal taglio di
John e Woody, il barbiere deve
essere un vero Fi ga ro , un mae-stro delle forbici. La montagna
di pelliccia nera sulla testa di
Turturro ha del prodigioso e i
soffici capelli bianchi del set-tantasettenne Woody sembra-no finti per quanto sono belli.
Turturro gli parlò dell’idea e
Woody si offrì di dare un con-tributo alla stesura della sce-neggiatura e gli consigliò di leg-gere i racconti di Isaac Singer
per meglio conoscere gli aspetti
del chassidismo. “’Vuoi fare un
filmetto da quattro soldi o un
film che abbia un certo livello di
credibilità anche culturale?’ mi
chiese Woody”, racconta Tur-turro. Alla fine collaborarono al
progetto: “Il film è figlio mio
quanto di Woody”, spiega.
Entrambi concordarono sul
fatto che nel film doveva esserci
un ostacolo, una difficoltà dif-ficile da superare. L’ostacolo, la
difficoltà è la religione che si
mette tra il fioraio innamorato
e la bella vedova. Ma non è il
solo ostacolo. C’è anche un po-liziotto di nome Liev Schrei-ber.
“Io avevo pensato che lei dove-va essere musulmana o suora o
chassidica”, aggiunge. “Alla fi-ne abbiamo deciso che doveva-mo puntare su una donna ebrea
di tradizione chassidica, ma in
realtà il personaggio di Vanessa
Paradis è anche una mezza suo-ra, una che indossa sempre abiti
dimessi e che sembra disinte-ressata agli aspetti materiali
della vita”. Turturro fa una pau-sa poi prosegue: “La religione
ha molto a che fare con il sesso.
Sono cose che mi interessano.
Ho sempre amato “Narciso ne-ro”, il film inglese del 1947 con
Deborah Kerr. Tutti i personag-gi erano appassionati e l’intero
film trasmetteva sensazioni
erotiche”. Dà un sorso alla tazza
di tè. “Mi piacciono moltissimo
i film sulle suore”.
Turturro è nato a Brooklyn da
genitori immigrati dall’Italia di
religione cattolica. Come attore
è estremamente affidabile e
non tradisce mai i registi che
credono in lui. “Fading Gigolo”è
la sua quinta prova come regi-sta e ha tutta l’aria di volersi im-porre all’attenzione del pubbli-co quanto e più di “Romance
and Cigarettes”, il suo bellissi-mo musical con Kate Winslet e
James Gandolfini. In fondo l’i-dea di amore di quest’ultimo
film non è molto dissimile da
quella di Romance and Cigarettes.
“È stato un tentativo – spiega il
cinquantaseienne Turturro – di
far capire come può essere la vi-ta sessuale delle persone di
mezza età. In particolare del
personaggio principale, un uo-mo colto e solitario che abita
nella tumultuosa New York”.
L’aspetto più interessante del
film di Turturro è la sua visione
del desiderio femminile. Nel
film il personaggio di Turturro
rimane un po’ nell’ombra: ap-passionato sotto le lenzuola, ma
freddino e impacciato in tutte le
altre situazioni. Il personaggio
di Sharon Stone dice, a un certo
punto, che a renderlo così in-teressante è proprio il suo mo-do di fare distaccato. Secondo
lei è proprio questo che voglio-no le donne? “Per le donne è
importantissimo che un uomo
sappia ascoltare. E poi, per dirla
con Lincoln, non c’è niente di
più affascinate e irresistibile
della gentilezza. Invecchiando
anche io sono diventato molto
sensibile alla gentilezza”, mi di-ce sornione. “Mi piacciono le
donne; mi interessano. E mi è
subito piaciuta l’idea di un uo-mo come me, non particolar-mente bello, capace di essere
sensibile e di dare piacere”.
© The Guardian
Traduzione di Carlo Antonio
Biscott
I MIEI ULTIMI GIORNI NEL CILE DI ALLENDE
L
uis Sepúlveda, iniziamo dal ricordo di quelle ore. A mez-zogiorno dell’11 settembre viene bombardato il Palazzo
della Moneda. Tu e gli altri membri del gruppo delle
guardie del corpo più vicine ad Allende dove eravate?
Con altri due compagni del Gap, del gruppo di amici per-sonali ossia la guardia del corpo di Allende, eravamo respon-sabili della sicurezza di una installazione che dava l’acqua
potabile a Santiago perché il fascismo, la controrivoluzione
cilena, finanziata dagli Stati Uniti e gruppi paramilitari ave-vano intentato azioni per eliminare l’acqua. Poi una parte del
gruppo stava nella residenza di Allende, altri alla Moneda
con lui.
E quando hai saputo del Golpe?
Il primo desiderio è stato di andare alla Moneda. Però già la
resistenza dei quartieri popolari era forte, come nei settori
industriali della città. Siamo arrivati a un ospedale del Sud di
Santiago dove i soldati avevano ammazzato dottori, pazienti,
gente che ci lavorava. Qui abbiamo sentito le ultime parole di
Allende da Radio Magallanes , l’ultima al servizio del governo
democratico, con le istruzioni del presidente di non lasciarsi
m a ta re , non morire, sopravvivere e organizzare la resisten-za.
Cosa ricordi di quelle ore?
È stato un giorno particolare, strano, non solo terribile e do-loroso. Era settembre, l’inizio della primavera, un mese di sole,
con la temperatura che aumenta tutti i giorni. Quell’11 di set-tembre è stato un giorno di pioggia; una pioggia che dava alla
città un colore stranissimo, un colore di penombra che era una
sorta di premonizione del tempo che si avvicinava.
La cornice al dramma...
I morti, i tanti compagni visti per l’ultima volta, altri li ho in-contrati anni dopo nell’esilio, altri in carcere, altri sono scom-parsi. È stato il giorno più lungo e terribile della mia vita perché
era la fine di una forma dell’essere. Da un punto di vista io, l’11
settembre del ’73, ero un giovane di 23 anni. Alle 5 della sera di
questo giorno già la giovinezza era passata, era sconfitta.
Improvvisamente adulto, cosa hai fatto?
Sopravvivere. Organizzare la resi-stenza, il movimento popolare.
Nei mesi precedenti, cosa vi aspet-tavate? C’è stata una incapacità di
capire cosa stava accadendo?
Sentivamo un profondo rispetto per
l’esperienza di altri paesi dove era
possibile una rivoluzione armata
ma sapevamo che il Cile era diverso.
Avevamo una particolarità, una sin-golarità nel continente americano
che rendeva il Cile un paese dove era
possibile arrivare a un socialismo
democratico per la via pacifica.
Pe rc h é ?
La nostra tradizione democratica
era la più lunga di tutto il conti-nente americano se si pensa che il
Parlamento cileno, fino all’11 set-tembre del ’73, è stato il parlamen-to più antico del mondo dopo
quello britannico.
Ma c’erano stati segnali prima del-l’11 settembre?
A giugno un primo tentativo di
golpe militare, soffocato grazie a
un generale leale ad Allende, Carlos Prats, poi ucciso in Ar-gentina.
Avete sottovalutato la situazione?
Quando l’insurrezione militare di giugno era stata già scon-fitta, 100 mila operai si concentrarono di fronte alla Moneda
al grido: “ Armi, armi, armi! ”. Allora il generale Prats disse ad
Allende: “Presidente, se mi dà l’ordine io apro gli arsenali di
guerra e armo il popolo”. E Allen-de: “No. Questa è una rivoluzione
democratica, pacifica, con pieno
rispetto delle istituzioni”.
Poi c’è stato un crescendo...
Sì, come lo sciopero dei trasporti
finanziato dagli Stati Uniti: se si
guadagnava 100 per un giorno di
lavoro, l’ambasciata americana pa-gava 1.000 per stare fermi.
E voi?
Consegnavamo tutto: medicine,
alimenti. E grazie ai camion dei
compagni militanti dell’Unità po-polare, ai taxi, alle biciclette. Uti-lizzavamo tutto per non paralizza-re il paese. E la guerra che combat-tevamo si chiamava guerra della
produzione. La ricchezza del Cile è
il rame, lo avevamo nazionalizzato,
e lo esportavamo non solo come
una materia prima, ma lavorato,
manifatturato. Il rame significava
lavoro per quasi 300 mila operai.
Inoltre avevamo un grande potenziale agricolo ed energetico
e la fiducia nella nostra capacità di frenare la controrivo-luzione.
Pe r ò . . .
Abbiamo sottostimato il ruolo degli Stati Uniti. Il presidente
Nixon decise di eliminare il governo come una questione
personale, Kissinger fece di tutto per finanziare la contro-rivoluzione anche con l’arruolamento di mercenari, di cri-minali che arrivarono nel Cile a seminare il terrore.
Gli Stati Uniti non potevano permettere un’altra Cuba.
Penso che il grande peccato sia stato sottostimare l’impor -tanza crescente dell’esempio della rivoluzione cilena perché
era perfettamente imitabile in altri paesi che avevano una
traiettoria politica democratica che si avvicinava alla nostra,
come l’Uruguay, per esempio. Anche l’importanza interna-zionale della nostra rivoluzione era crescente. Nel 1972, al-l’assemblea generale delle Nazioni Unite, Allende ha fatto un
discorso che ha prefigurato i grandi poteri delle compagnie
multinazionali, dell’impresa anonima in quanto alla nazio-nalità (perché non si sa che paese rappresenta il consiglio
degli azionisti per esempio di una grande multinazionale).
Allende disse che queste grandi compagnie cominciavano a
rimpiazzare la sovranità dello stato.
Andare in esilio dopo quattro anni è stato l’esito di una conside-razione realista o portava anche un senso di sconfitta?
No, era inevitabile. Sono stato quasi tre anni in prigione e,
dopo una farsa di giudizio, condannato prima alla pena ca-pitale poi a 28 anni. I prigionieri politici non avevano diritto
a un difensore, ma a un avvocato militare che era nominato
dalla stessa giustizia militare. Un giorno il mio mi disse: “Ho
una buona notizia”. E io: “Non mi ammazzano con la forca,
mi fucilano?”. “No, ti cambiano la condanna di morte con 28
anni di carcere”. Pensai: bene, ne ho 23. Sarò libero a 51. Mi
resta tempo per vivere...
E invece...
Quando stavo per entrare in carcere, una ragazza di Amburgo
che non conoscevo, attivista diAmnesty Internationall, che in-credibilmente aveva letto due miei racconti pubblicati nella Ddr, ha cominciato la campagna che ha portato Amnesty a
reclamare la libertà di un prigioniero di coscienza. Con un
risultato: mi hanno applicato un famoso decreto della dit-tatura, il numero 501: da 28 anni di carcere all’esilio.
Destinazione Germania?
No, la Svezia. Ma il volo faceva scalo a Buenos Aires e qui ho
deciso che volevo restare vicino al Cile, in Sudamerica.
Nonostante il pericolo.
Sì, ma era impossibile la permanenza a Buenos Aires perché
c’era una dittatura terribile. Dall’Argentina sono andato in
Uruguay ma era la stessa storia. Ho ritrovato vecchi com-pagni o famiglie di compagni che mi hanno detto: “Per noi sei
il benvenuto però la situazione è questa”. Quindi il Brasile. Lì
ho cominciato a lavorare in un teatro di cui era direttore un
mio ex compagno della scuola di teatro dell’università del
Cile, un brasiliano. Tre settimane, ma un giorno è arrivata la
polizia politica brasiliana e in 48 ore ho dovuto abbandonare
il paese.
A quel punto?
Il Paraguay e poi la Bolivia. Avevo tanti amici anche in Bo-livia ma era la stessa situazione.
Tutto il Sudamerica.
Sì, poi il Perù. Un giorno casualmente un grande scrittore
ecuadoriano, Jorge Enrique Adoum, mi ha falsificato un do-cumento per visitare e lavorare in Ecuador. E in Ecuador ho
fatto tante cose: ho lavorato nella stampa, sono stato pro-prietario di un piccolo caffè-teatro, poi una spedizione in
Amazzonia che dopo mi ha dato il materiale per la scrittura
de “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”.
Torniamo a quei momenti. Nelle ore successive, nei
giorni successivi cosa facevate? Quanto contava la so- lidarietà del mondo?
Abbiamo scoperto la solidarietà dal primo giorno. Non c’era
internet, l’unica possibilità di sapere era la radio e le trasmissioni
a onde corte. Ricordo che la prima grande dimostrazione di
solidarietà arrivò attraverso Radio Nederland, nella trasmissione
in spagnolo della radio olandese che parlava di grandi mani-festazioni di gente ad Amsterdam, a Berlino, a Roma eccetera.
Non eravamo soli. La solidarietà internazionale stava funzio-nando. Poi Radio Mosca cominciò con una trasmissione che si
chiamava “Escucha Chile”, tre volte al giorno.
Come vi organizzavate?
Sapevamo che la nostra capacità non era la stessa della forza
armata però sapevamo che la simpatia popolare permetteva
piccole azioni. Già il 15 di settembre il primo atto operativo
militare della resistenza: l’assalto a tre camion del pane e la
distribuzione in un quartiere popolare. Poi le prime pubbli-cazioni di una sinistra clandestina, distribuite alla fermata del
bus, nella stazione del metro, lanciate nella strada da un edificio,
nell’università. Alla dittatura, che
diventava più brutale, più forte, la
risposta era sempre uno sforzo im-maginativo per conservare la resi-stenza. La differenza tra socialista,
comunista, Mir era scomparsa: tutti
compagni, tutti nella stessa trage-dia. Nei sedici anni della dittatura,
Pinochet e i suoi uomini non hanno
conosciuto un solo giorno di pace:
tutti i giorni hanno avuto un’azione
della resistenza, due azioni. Esecu-zioni dei criminali della dittatura.
Cosa resta di allora?
Provo una rabbia enorme nel ve-dere che l’attuale dirigenza poli-tica cilena della destra e del cen-tro-sinistra che ha governato ven-ti anni ha dimenticato questo, ha
dimenticato lo sforzo che ha signi-ficato mantenere una resistenza.
Pensavate che la dittatura sarebbe
durata così a lungo?
No, no. Questa è una cosa che è
comune a tutti i popoli. Nessuno
pensa che la dittatura durerà tanti
anni. I vecchi spagnoli dicevano sempre: “No, in questo anno
Franco cade”. Ma c’erano cose difficili da capire. Per esempio
che un paese comunista come la Repubblica popolare cinese
fosse stato il primo paese, ancora prima degli Stati Uniti, ad
avere rapporti diplomatici e commerciali con la dittatura di
Pinochet; che la ex Unione sovietica, affratellata con il Partito
comunista cileno, non avesse interrotto le relazioni con la dittatura e anzi le col-tivasse. Per noi la so-lidarietà più impor-tante è giunta dai di-scorsi di Willy Brandt
in Germania e Olof
Palme in Svezia.
Q u a ra n t ’anni dopo, che cittadino si sente Luis Sepùlveda?
Di tanti paesi. Il mio è un passaporto tedesco e ringrazio la
Germania perché mi ha dato la possibilità di girare il mondo
senza problemi. Vedi, per un lungo periodo sono stato un
apolide, ed è terribile avere il passaporto che ti danno le Na-zioni Unite, un passaporto blu. Sei sempre l’ultimo nell’ae -roporto, sempre sospetto. Ti lasciano o non ti lasciano salire
sull’aereo: tutto dipende dalla volontà del comandante del-l’aereo. Ti lasciano o non ti lasciano entrare in un paese: tutto
dipende dal poliziotto che guarda il tuo passaporto. Sei un
uomo di quarta categoria.
E adesso com’è il Cile, quarant’anni
d o p o?
Tutte le dittature lasciano un frutto
e questo frutto è un frutto terribile,
è un frutto ideologico. Non si fi-nisce con questo frutto ideologico
della dittatura in maniera veloce
perché è una questione culturale
che si installa nella società. È l’in -dividualismo, la negazione della
cultura, la negazione della memo-ria, la negazione della storia anche.
Però una parte importantissima
della società cilena ha cercato di re-cuperare tutta la memoria, tutte le
storie e di contribuire al racconto
della nostra società in una maniera
completa. E curiosamente la gente
più entusiasta di questo sono i gio-vani del Cile.
Con un’eredità terribile...
Certo, se poi si pensa che la ditta-tura è finita nel 1990, non si capisce
come nel 2013 il paese abbia la stes-sa costituzione lasciata da Pino-chet, scritta per Pinochet, in favore
della dittatura e della gente affine al dittatore.
Che ne pensa del governo attuale?
Sebastián Piñera è un uomo di evidenti limiti intellettuali, il
poverino non è incolpabile di questo, ma Piñera e tutto il suo
corpo di ministri è tutta gente che ha fatto fortuna con la
dittatura. Sono stati complici della violazione dei diritti uma-ni.
uis Sepúlveda, iniziamo dal ricordo di quelle ore. A mez-zogiorno dell’11 settembre viene bombardato il Palazzo
della Moneda. Tu e gli altri membri del gruppo delle
guardie del corpo più vicine ad Allende dove eravate?
Con altri due compagni del Gap, del gruppo di amici per-sonali ossia la guardia del corpo di Allende, eravamo respon-sabili della sicurezza di una installazione che dava l’acqua
potabile a Santiago perché il fascismo, la controrivoluzione
cilena, finanziata dagli Stati Uniti e gruppi paramilitari ave-vano intentato azioni per eliminare l’acqua. Poi una parte del
gruppo stava nella residenza di Allende, altri alla Moneda
con lui.
E quando hai saputo del Golpe?
Il primo desiderio è stato di andare alla Moneda. Però già la
resistenza dei quartieri popolari era forte, come nei settori
industriali della città. Siamo arrivati a un ospedale del Sud di
Santiago dove i soldati avevano ammazzato dottori, pazienti,
gente che ci lavorava. Qui abbiamo sentito le ultime parole di
Allende da Radio Magallanes , l’ultima al servizio del governo
democratico, con le istruzioni del presidente di non lasciarsi
m a ta re , non morire, sopravvivere e organizzare la resisten-za.
Cosa ricordi di quelle ore?
È stato un giorno particolare, strano, non solo terribile e do-loroso. Era settembre, l’inizio della primavera, un mese di sole,
con la temperatura che aumenta tutti i giorni. Quell’11 di set-tembre è stato un giorno di pioggia; una pioggia che dava alla
città un colore stranissimo, un colore di penombra che era una
sorta di premonizione del tempo che si avvicinava.
La cornice al dramma...
I morti, i tanti compagni visti per l’ultima volta, altri li ho in-contrati anni dopo nell’esilio, altri in carcere, altri sono scom-parsi. È stato il giorno più lungo e terribile della mia vita perché
era la fine di una forma dell’essere. Da un punto di vista io, l’11
settembre del ’73, ero un giovane di 23 anni. Alle 5 della sera di
questo giorno già la giovinezza era passata, era sconfitta.
Improvvisamente adulto, cosa hai fatto?
Sopravvivere. Organizzare la resi-stenza, il movimento popolare.
Nei mesi precedenti, cosa vi aspet-tavate? C’è stata una incapacità di
capire cosa stava accadendo?
Sentivamo un profondo rispetto per
l’esperienza di altri paesi dove era
possibile una rivoluzione armata
ma sapevamo che il Cile era diverso.
Avevamo una particolarità, una sin-golarità nel continente americano
che rendeva il Cile un paese dove era
possibile arrivare a un socialismo
democratico per la via pacifica.
Pe rc h é ?
La nostra tradizione democratica
era la più lunga di tutto il conti-nente americano se si pensa che il
Parlamento cileno, fino all’11 set-tembre del ’73, è stato il parlamen-to più antico del mondo dopo
quello britannico.
Ma c’erano stati segnali prima del-l’11 settembre?
A giugno un primo tentativo di
golpe militare, soffocato grazie a
un generale leale ad Allende, Carlos Prats, poi ucciso in Ar-gentina.
Avete sottovalutato la situazione?
Quando l’insurrezione militare di giugno era stata già scon-fitta, 100 mila operai si concentrarono di fronte alla Moneda
al grido: “ Armi, armi, armi! ”. Allora il generale Prats disse ad
Allende: “Presidente, se mi dà l’ordine io apro gli arsenali di
guerra e armo il popolo”. E Allen-de: “No. Questa è una rivoluzione
democratica, pacifica, con pieno
rispetto delle istituzioni”.
Poi c’è stato un crescendo...
Sì, come lo sciopero dei trasporti
finanziato dagli Stati Uniti: se si
guadagnava 100 per un giorno di
lavoro, l’ambasciata americana pa-gava 1.000 per stare fermi.
E voi?
Consegnavamo tutto: medicine,
alimenti. E grazie ai camion dei
compagni militanti dell’Unità po-polare, ai taxi, alle biciclette. Uti-lizzavamo tutto per non paralizza-re il paese. E la guerra che combat-tevamo si chiamava guerra della
produzione. La ricchezza del Cile è
il rame, lo avevamo nazionalizzato,
e lo esportavamo non solo come
una materia prima, ma lavorato,
manifatturato. Il rame significava
lavoro per quasi 300 mila operai.
Inoltre avevamo un grande potenziale agricolo ed energetico
e la fiducia nella nostra capacità di frenare la controrivo-luzione.
Pe r ò . . .
Abbiamo sottostimato il ruolo degli Stati Uniti. Il presidente
Nixon decise di eliminare il governo come una questione
personale, Kissinger fece di tutto per finanziare la contro-rivoluzione anche con l’arruolamento di mercenari, di cri-minali che arrivarono nel Cile a seminare il terrore.
Gli Stati Uniti non potevano permettere un’altra Cuba.
Penso che il grande peccato sia stato sottostimare l’impor -tanza crescente dell’esempio della rivoluzione cilena perché
era perfettamente imitabile in altri paesi che avevano una
traiettoria politica democratica che si avvicinava alla nostra,
come l’Uruguay, per esempio. Anche l’importanza interna-zionale della nostra rivoluzione era crescente. Nel 1972, al-l’assemblea generale delle Nazioni Unite, Allende ha fatto un
discorso che ha prefigurato i grandi poteri delle compagnie
multinazionali, dell’impresa anonima in quanto alla nazio-nalità (perché non si sa che paese rappresenta il consiglio
degli azionisti per esempio di una grande multinazionale).
Allende disse che queste grandi compagnie cominciavano a
rimpiazzare la sovranità dello stato.
Andare in esilio dopo quattro anni è stato l’esito di una conside-razione realista o portava anche un senso di sconfitta?
No, era inevitabile. Sono stato quasi tre anni in prigione e,
dopo una farsa di giudizio, condannato prima alla pena ca-pitale poi a 28 anni. I prigionieri politici non avevano diritto
a un difensore, ma a un avvocato militare che era nominato
dalla stessa giustizia militare. Un giorno il mio mi disse: “Ho
una buona notizia”. E io: “Non mi ammazzano con la forca,
mi fucilano?”. “No, ti cambiano la condanna di morte con 28
anni di carcere”. Pensai: bene, ne ho 23. Sarò libero a 51. Mi
resta tempo per vivere...
E invece...
Quando stavo per entrare in carcere, una ragazza di Amburgo
che non conoscevo, attivista diAmnesty Internationall, che in-credibilmente aveva letto due miei racconti pubblicati nella Ddr, ha cominciato la campagna che ha portato Amnesty a
reclamare la libertà di un prigioniero di coscienza. Con un
risultato: mi hanno applicato un famoso decreto della dit-tatura, il numero 501: da 28 anni di carcere all’esilio.
Destinazione Germania?
No, la Svezia. Ma il volo faceva scalo a Buenos Aires e qui ho
deciso che volevo restare vicino al Cile, in Sudamerica.
Nonostante il pericolo.
Sì, ma era impossibile la permanenza a Buenos Aires perché
c’era una dittatura terribile. Dall’Argentina sono andato in
Uruguay ma era la stessa storia. Ho ritrovato vecchi com-pagni o famiglie di compagni che mi hanno detto: “Per noi sei
il benvenuto però la situazione è questa”. Quindi il Brasile. Lì
ho cominciato a lavorare in un teatro di cui era direttore un
mio ex compagno della scuola di teatro dell’università del
Cile, un brasiliano. Tre settimane, ma un giorno è arrivata la
polizia politica brasiliana e in 48 ore ho dovuto abbandonare
il paese.
A quel punto?
Il Paraguay e poi la Bolivia. Avevo tanti amici anche in Bo-livia ma era la stessa situazione.
Tutto il Sudamerica.
Sì, poi il Perù. Un giorno casualmente un grande scrittore
ecuadoriano, Jorge Enrique Adoum, mi ha falsificato un do-cumento per visitare e lavorare in Ecuador. E in Ecuador ho
fatto tante cose: ho lavorato nella stampa, sono stato pro-prietario di un piccolo caffè-teatro, poi una spedizione in
Amazzonia che dopo mi ha dato il materiale per la scrittura
de “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”.
Torniamo a quei momenti. Nelle ore successive, nei
giorni successivi cosa facevate? Quanto contava la so- lidarietà del mondo?
Abbiamo scoperto la solidarietà dal primo giorno. Non c’era
internet, l’unica possibilità di sapere era la radio e le trasmissioni
a onde corte. Ricordo che la prima grande dimostrazione di
solidarietà arrivò attraverso Radio Nederland, nella trasmissione
in spagnolo della radio olandese che parlava di grandi mani-festazioni di gente ad Amsterdam, a Berlino, a Roma eccetera.
Non eravamo soli. La solidarietà internazionale stava funzio-nando. Poi Radio Mosca cominciò con una trasmissione che si
chiamava “Escucha Chile”, tre volte al giorno.
Come vi organizzavate?
Sapevamo che la nostra capacità non era la stessa della forza
armata però sapevamo che la simpatia popolare permetteva
piccole azioni. Già il 15 di settembre il primo atto operativo
militare della resistenza: l’assalto a tre camion del pane e la
distribuzione in un quartiere popolare. Poi le prime pubbli-cazioni di una sinistra clandestina, distribuite alla fermata del
bus, nella stazione del metro, lanciate nella strada da un edificio,
nell’università. Alla dittatura, che
diventava più brutale, più forte, la
risposta era sempre uno sforzo im-maginativo per conservare la resi-stenza. La differenza tra socialista,
comunista, Mir era scomparsa: tutti
compagni, tutti nella stessa trage-dia. Nei sedici anni della dittatura,
Pinochet e i suoi uomini non hanno
conosciuto un solo giorno di pace:
tutti i giorni hanno avuto un’azione
della resistenza, due azioni. Esecu-zioni dei criminali della dittatura.
Cosa resta di allora?
Provo una rabbia enorme nel ve-dere che l’attuale dirigenza poli-tica cilena della destra e del cen-tro-sinistra che ha governato ven-ti anni ha dimenticato questo, ha
dimenticato lo sforzo che ha signi-ficato mantenere una resistenza.
Pensavate che la dittatura sarebbe
durata così a lungo?
No, no. Questa è una cosa che è
comune a tutti i popoli. Nessuno
pensa che la dittatura durerà tanti
anni. I vecchi spagnoli dicevano sempre: “No, in questo anno
Franco cade”. Ma c’erano cose difficili da capire. Per esempio
che un paese comunista come la Repubblica popolare cinese
fosse stato il primo paese, ancora prima degli Stati Uniti, ad
avere rapporti diplomatici e commerciali con la dittatura di
Pinochet; che la ex Unione sovietica, affratellata con il Partito
comunista cileno, non avesse interrotto le relazioni con la dittatura e anzi le col-tivasse. Per noi la so-lidarietà più impor-tante è giunta dai di-scorsi di Willy Brandt
in Germania e Olof
Palme in Svezia.
Q u a ra n t ’anni dopo, che cittadino si sente Luis Sepùlveda?
Di tanti paesi. Il mio è un passaporto tedesco e ringrazio la
Germania perché mi ha dato la possibilità di girare il mondo
senza problemi. Vedi, per un lungo periodo sono stato un
apolide, ed è terribile avere il passaporto che ti danno le Na-zioni Unite, un passaporto blu. Sei sempre l’ultimo nell’ae -roporto, sempre sospetto. Ti lasciano o non ti lasciano salire
sull’aereo: tutto dipende dalla volontà del comandante del-l’aereo. Ti lasciano o non ti lasciano entrare in un paese: tutto
dipende dal poliziotto che guarda il tuo passaporto. Sei un
uomo di quarta categoria.
E adesso com’è il Cile, quarant’anni
d o p o?
Tutte le dittature lasciano un frutto
e questo frutto è un frutto terribile,
è un frutto ideologico. Non si fi-nisce con questo frutto ideologico
della dittatura in maniera veloce
perché è una questione culturale
che si installa nella società. È l’in -dividualismo, la negazione della
cultura, la negazione della memo-ria, la negazione della storia anche.
Però una parte importantissima
della società cilena ha cercato di re-cuperare tutta la memoria, tutte le
storie e di contribuire al racconto
della nostra società in una maniera
completa. E curiosamente la gente
più entusiasta di questo sono i gio-vani del Cile.
Con un’eredità terribile...
Certo, se poi si pensa che la ditta-tura è finita nel 1990, non si capisce
come nel 2013 il paese abbia la stes-sa costituzione lasciata da Pino-chet, scritta per Pinochet, in favore
della dittatura e della gente affine al dittatore.
Che ne pensa del governo attuale?
Sebastián Piñera è un uomo di evidenti limiti intellettuali, il
poverino non è incolpabile di questo, ma Piñera e tutto il suo
corpo di ministri è tutta gente che ha fatto fortuna con la
dittatura. Sono stati complici della violazione dei diritti uma-ni.
lunedì 2 settembre 2013
La rivoluzione dei diritti da Malala al Datagate di Rodota
V
I È un filo robusto che
unisce alcune vicende di
questi giorni – il discorso
all’Onu della giovane pakistana
Malala e il Datagate, le parole di
Papa Francesco a Lampedusa e
le decisioni in materia economi-ca di corti costituzionali di diver-si Paesi. In tutti questi casi vi è un
visibile conflitto tra diritti e po-teri globali: il diritto all’istruzio-ne contrapposto al potere del
terrore; il diritto alla privacy di
fronte al potere di chi vuole eser-citare un controllo planetario
sulle persone senza limiti e sen-za frontiere; il diritto dei migran-ti contro il potere escludente de-gli Stati; il diritto di ciascuno a
non essere ridotto ad oggetto
contro il potere del mercato.
Si è venuta accreditando, in
questi anni, una lettura del mon-do che lo vede sempre più domi-nato da poteri incontrollabili,
perché la dimensione globale
sfugge alla possibilità di regola-zione degli Stati e perché l’unica
legge sarebbe ormai solo quella
del mercato, legge “naturale” di
fronte alla quale ogni altra regola
diviene priva di forza e di senso.
Davvero un mondo ad una sola
dimensione, unificato dalle pre-tese di una superpotenza o affi-dato a soggetti nuovi, come Face-book, ormai terza “nazione” del
pianeta con il suo miliardo di
“abitanti”. Ma le vicende ricorda-te prima ci dicono che non è così,
che di fronte ai nuovi padroni del
mondo, ai nuovi sovrani globali,
si manifesta con intensità cre-scente la forza regolatrice dei di-ritti, che può restituire alla politi-ca il ruolo che le è stato sequestra-to dal riduzionismo economico. L
o sfondo, peraltro, è quello delle
molte e difficili “primavere”, del-le proteste diffuse che inducono
più d’uno a parlare dell’avvio di
una “rivoluzione globale” proprio intor-no alle rivendicazioni di diritti.
Nelle parole ferme ed eloquenti di
Malala si deve cogliere proprio questo
spirito. Non vi è soltanto il rifiuto del ter-rorismo, l’orgogliosa rivendicazione del
“non mi piegheranno”. Vi è una indica-zione politica precisa: il diritto all’istru-zione è l’arma più potente, e per ciò più
temuta, nella lotta al terrorismo. Sì che la
strategia militare, l’unica effettivamen-te praticata con enorme dispendio di ri-sorse economiche, non può mai essere
sufficiente. Vi è un dovere degli Stati di
intervenire perché il diritto all’istruzio-ne sia effettivo e garantito a tutti: quelli
che insistono sulla necessità di accom-pagnare al discorso dei diritti quello dei
doveri, dovrebbero cimentarsi con temi
come questo, e non usare l’insistenza
sui doveri come strumento per svuotare
di significato soprattutto i diritti sociali.
La riflessione sulla lotta al terrorismo
al di là della pura logica militare o poli-ziesca incontra la questione del Dataga-te. La reazione ad una schedatura plane-taria ad opera degli Stati Uniti ha rimes-so in onore un diritto, quello alla privacy,
alla protezione dei dati personali, di cui
si era certificata la morte proprio per le-gittimare qualsiasi raccolta di informa-zioni personali, riducendo le persone al
ruolo di fornitori obbligati di dati ritenu-ti necessari per il funzionamento del
mercato e di meccanismi totalizzanti di
controllo. Di nuovo la rivendicazione
planetaria di un diritto, di cui siamo tor-nati a scoprire la funzione di tutela di li-bertà fondamentali.
Al fondo di queste due vicende si sco-pre l’assoluta mancanza di rispetto per i
diritti di tutti e di ciascuno, sempre sa-crificabili per una ragion di Stato o di
mercato. Si è radicata quella indifferen-za peraltro denunciata a Lampedusa dal
Pontefice, con accenti che toccano in
primo luogo e giustamente i migranti,
ma che davvero riguardano tutti. La co-struzione intorno ai migranti di un nuo-vo modo d’intendere i diritti è davvero
questione ineludibile, per la qualità e
quantità del fenomeno, globale per de-finizione e dal quale dipende l’assetto
futuro del mondo. È una “politica dell’u-manità” che deve essere avviata, indi-spensabile perché ciascuno di noi possa
uscire da una condizione che ci ha fatto
prigionieri dell’egoismo, che ha inter-rotto i legami sociali, che ci consegna
una società frammentata nella quale,
come ha scritto Luigi Zoja, facciamo i
conti con “la morte del prossimo”.
Nel suo ultimo romanzo, Aldo Busi ha
descritto con parole dirette questa con-dizione: «C’erano una volta gli altri e poi
improvvisamente scomparvero dalla
faccia della terra e io non fui pertanto più
un altro per nessuno». Alla scomparsa
delle persone, sostituite da astratti si-mulacri modellati sulle esigenze del
consumo o del controllo, si reagisce pro-prio rivendicando la materialità dell’es-sere e dei bisogni, e misurando su questi
i diritti di ciascuno. Ritorna imperioso il
bisogno di pronunciare la parola più ne-gletta della triade rivoluzionaria, “fra-ternità”, ricordando che l’articolo 2 del-la nostra Costituzione parla di “doveri
inderogabili di solidarietà politica, eco-nomica e sociale”. Non a caso si invoca
oggi una “solidarietà globale” come
orizzonte della politica. Così la rivendi-cazione dei diritti, che qualcuno vuol
leggere come estrema frontiera dell’in-dividualizzazione, si immerge invece
nel contesto sociale, trova le sue radici in
una “rivoluzione della dignità” che non
è solo quella del singolo, ma la “dignità
sociale” alla quale si riferisce l’articolo 3
della Costituzione. Forse possono tor-nare tempi propizi per quello che Eligio
Resta ha chiamato un “diritto fraterno”.
Queste non sono dichiarazioni di
buoni propositi o sentimenti, ma linee
direttive lungo le quali si muovono con-cretissimi interventi a tutela della perso-na e dei suoi diritti. Se, per fare un solo
esempio, si considerano le molte sen-tenze con le quali diverse corti hanno af-frontato il conflitto tra il diritto fonda-mentale alla salute e il potere di Big Phar-ma, delle grandi multinazionali farma-ceutiche, si coglie una tendenza a far
prevalere le ragioni della salute su quel-le del profitto con caratteristiche davve-ro globali, visto che si va dalle corti costi-tuzionali di Sudafrica e India alla Corte
di Giustizia dell’Unione europea, alla
Corte Suprema degli Stati Uniti. Que-st’ultima, il 13 giugno, ha pronunciato
una sentenza che pone limiti alla bre-vettabilità del genoma, con diverse spe-cificazioni, ma sostanzialmente acco-gliendo le sollecitazioni di chi voleva in-frangere il monopolio di una società,
Myriad Genetics, per quanto riguardava
i test riguardanti il cancro al seno. E, in
più di una decisione, la prevalenza ac-cordata ai diritti fondamentali è stretta-mente collegata con la considerazione
come beni comuni dei mezzi diretta-mente necessari per la loro attuazione.
Nel mondo globale, dunque, si spri-giona oggi una forza dei diritti che si ma-nifesta nei luoghi più vari e ad opera di
una molteplicità di soggetti. Si affianca-no, e talora si sostengono reciproca-mente, movimenti popolari e interventi
delle corti, iniziative legislative e azioni
di gruppi sociali organizzati. Qui la poli-tica deve fare le sue prove, pena la sua
crescente marginalizzazione. Dobbia-mo ricordarlo oggi, perché si avvicinano
le elezioni europee e la delegittimazione
dell’Unione, dovuta alla sua totale iden-tificazione con la logica dei “sacrifici”,
può essere arrestata solo se si ricorda che
esiste un ordine europeo nel quale, con
lo stesso valore giuridico dei trattati, esi-ste una Carta dei diritti fondamentali.
I È un filo robusto che
unisce alcune vicende di
questi giorni – il discorso
all’Onu della giovane pakistana
Malala e il Datagate, le parole di
Papa Francesco a Lampedusa e
le decisioni in materia economi-ca di corti costituzionali di diver-si Paesi. In tutti questi casi vi è un
visibile conflitto tra diritti e po-teri globali: il diritto all’istruzio-ne contrapposto al potere del
terrore; il diritto alla privacy di
fronte al potere di chi vuole eser-citare un controllo planetario
sulle persone senza limiti e sen-za frontiere; il diritto dei migran-ti contro il potere escludente de-gli Stati; il diritto di ciascuno a
non essere ridotto ad oggetto
contro il potere del mercato.
Si è venuta accreditando, in
questi anni, una lettura del mon-do che lo vede sempre più domi-nato da poteri incontrollabili,
perché la dimensione globale
sfugge alla possibilità di regola-zione degli Stati e perché l’unica
legge sarebbe ormai solo quella
del mercato, legge “naturale” di
fronte alla quale ogni altra regola
diviene priva di forza e di senso.
Davvero un mondo ad una sola
dimensione, unificato dalle pre-tese di una superpotenza o affi-dato a soggetti nuovi, come Face-book, ormai terza “nazione” del
pianeta con il suo miliardo di
“abitanti”. Ma le vicende ricorda-te prima ci dicono che non è così,
che di fronte ai nuovi padroni del
mondo, ai nuovi sovrani globali,
si manifesta con intensità cre-scente la forza regolatrice dei di-ritti, che può restituire alla politi-ca il ruolo che le è stato sequestra-to dal riduzionismo economico. L
o sfondo, peraltro, è quello delle
molte e difficili “primavere”, del-le proteste diffuse che inducono
più d’uno a parlare dell’avvio di
una “rivoluzione globale” proprio intor-no alle rivendicazioni di diritti.
Nelle parole ferme ed eloquenti di
Malala si deve cogliere proprio questo
spirito. Non vi è soltanto il rifiuto del ter-rorismo, l’orgogliosa rivendicazione del
“non mi piegheranno”. Vi è una indica-zione politica precisa: il diritto all’istru-zione è l’arma più potente, e per ciò più
temuta, nella lotta al terrorismo. Sì che la
strategia militare, l’unica effettivamen-te praticata con enorme dispendio di ri-sorse economiche, non può mai essere
sufficiente. Vi è un dovere degli Stati di
intervenire perché il diritto all’istruzio-ne sia effettivo e garantito a tutti: quelli
che insistono sulla necessità di accom-pagnare al discorso dei diritti quello dei
doveri, dovrebbero cimentarsi con temi
come questo, e non usare l’insistenza
sui doveri come strumento per svuotare
di significato soprattutto i diritti sociali.
La riflessione sulla lotta al terrorismo
al di là della pura logica militare o poli-ziesca incontra la questione del Dataga-te. La reazione ad una schedatura plane-taria ad opera degli Stati Uniti ha rimes-so in onore un diritto, quello alla privacy,
alla protezione dei dati personali, di cui
si era certificata la morte proprio per le-gittimare qualsiasi raccolta di informa-zioni personali, riducendo le persone al
ruolo di fornitori obbligati di dati ritenu-ti necessari per il funzionamento del
mercato e di meccanismi totalizzanti di
controllo. Di nuovo la rivendicazione
planetaria di un diritto, di cui siamo tor-nati a scoprire la funzione di tutela di li-bertà fondamentali.
Al fondo di queste due vicende si sco-pre l’assoluta mancanza di rispetto per i
diritti di tutti e di ciascuno, sempre sa-crificabili per una ragion di Stato o di
mercato. Si è radicata quella indifferen-za peraltro denunciata a Lampedusa dal
Pontefice, con accenti che toccano in
primo luogo e giustamente i migranti,
ma che davvero riguardano tutti. La co-struzione intorno ai migranti di un nuo-vo modo d’intendere i diritti è davvero
questione ineludibile, per la qualità e
quantità del fenomeno, globale per de-finizione e dal quale dipende l’assetto
futuro del mondo. È una “politica dell’u-manità” che deve essere avviata, indi-spensabile perché ciascuno di noi possa
uscire da una condizione che ci ha fatto
prigionieri dell’egoismo, che ha inter-rotto i legami sociali, che ci consegna
una società frammentata nella quale,
come ha scritto Luigi Zoja, facciamo i
conti con “la morte del prossimo”.
Nel suo ultimo romanzo, Aldo Busi ha
descritto con parole dirette questa con-dizione: «C’erano una volta gli altri e poi
improvvisamente scomparvero dalla
faccia della terra e io non fui pertanto più
un altro per nessuno». Alla scomparsa
delle persone, sostituite da astratti si-mulacri modellati sulle esigenze del
consumo o del controllo, si reagisce pro-prio rivendicando la materialità dell’es-sere e dei bisogni, e misurando su questi
i diritti di ciascuno. Ritorna imperioso il
bisogno di pronunciare la parola più ne-gletta della triade rivoluzionaria, “fra-ternità”, ricordando che l’articolo 2 del-la nostra Costituzione parla di “doveri
inderogabili di solidarietà politica, eco-nomica e sociale”. Non a caso si invoca
oggi una “solidarietà globale” come
orizzonte della politica. Così la rivendi-cazione dei diritti, che qualcuno vuol
leggere come estrema frontiera dell’in-dividualizzazione, si immerge invece
nel contesto sociale, trova le sue radici in
una “rivoluzione della dignità” che non
è solo quella del singolo, ma la “dignità
sociale” alla quale si riferisce l’articolo 3
della Costituzione. Forse possono tor-nare tempi propizi per quello che Eligio
Resta ha chiamato un “diritto fraterno”.
Queste non sono dichiarazioni di
buoni propositi o sentimenti, ma linee
direttive lungo le quali si muovono con-cretissimi interventi a tutela della perso-na e dei suoi diritti. Se, per fare un solo
esempio, si considerano le molte sen-tenze con le quali diverse corti hanno af-frontato il conflitto tra il diritto fonda-mentale alla salute e il potere di Big Phar-ma, delle grandi multinazionali farma-ceutiche, si coglie una tendenza a far
prevalere le ragioni della salute su quel-le del profitto con caratteristiche davve-ro globali, visto che si va dalle corti costi-tuzionali di Sudafrica e India alla Corte
di Giustizia dell’Unione europea, alla
Corte Suprema degli Stati Uniti. Que-st’ultima, il 13 giugno, ha pronunciato
una sentenza che pone limiti alla bre-vettabilità del genoma, con diverse spe-cificazioni, ma sostanzialmente acco-gliendo le sollecitazioni di chi voleva in-frangere il monopolio di una società,
Myriad Genetics, per quanto riguardava
i test riguardanti il cancro al seno. E, in
più di una decisione, la prevalenza ac-cordata ai diritti fondamentali è stretta-mente collegata con la considerazione
come beni comuni dei mezzi diretta-mente necessari per la loro attuazione.
Nel mondo globale, dunque, si spri-giona oggi una forza dei diritti che si ma-nifesta nei luoghi più vari e ad opera di
una molteplicità di soggetti. Si affianca-no, e talora si sostengono reciproca-mente, movimenti popolari e interventi
delle corti, iniziative legislative e azioni
di gruppi sociali organizzati. Qui la poli-tica deve fare le sue prove, pena la sua
crescente marginalizzazione. Dobbia-mo ricordarlo oggi, perché si avvicinano
le elezioni europee e la delegittimazione
dell’Unione, dovuta alla sua totale iden-tificazione con la logica dei “sacrifici”,
può essere arrestata solo se si ricorda che
esiste un ordine europeo nel quale, con
lo stesso valore giuridico dei trattati, esi-ste una Carta dei diritti fondamentali.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)