I
n fondo le regole per stare bene sono due,
e note fin dall’antichità: fare movimento
e seguire una dieta sana. E, guarda caso,
sono proprio le prescrizioni cardine per chi
soffre di una delle patologie più diffuse nelle
società del benessere: l’ipercolesterolemia,
cioè i livelli di colesterolo eccessivamente al-ti nel sangue; prodotti, nella maggior parte
dei casi, dall’alimentazione insana e dalla
sedentarietà. Il colesterolo svolge un ruolo
fondamentale nell’organismo ma, appena
lo perdiamo d’occhio, può trasformarsi in
uno dei nemici più pericolosi della nostra sa-lute. Per questa ragione le raccomandazioni
di controllarne costantemente i livelli non
sono mai troppe: c’è infatti una stretta cor-relazione tra il tasso di colesterolo totale - e
in particolare delle lipoproteine Ldl - e l’in-cidenza di malattie cardiovascolari e cardio-patie coronariche. Prodotto in parte dal fe-gato, in parte introdotto nell’organismo at-traverso l’alimentazione, viene comune-mente suddiviso in “buono” e “cattivo”, ma
in realtà è uno solo. Quello che cambia sono
le proteine che ne permettono il trasporto
nel sangue. Le Hdl (lipoproteine ad alta den-sità) prelevano il colesterolo dalle pareti del-le arterie, ostacolando la formazione delle
placche aterosclerotiche, cioè gli ispessi-menti dello strato più interno delle arterie.
Mentre le Ldl (lipoproteine a bassa densità)
favoriscono l’accumulo del colesterolo nel-le pareti arteriose, portando alla formazione
delle placche.
Le principali regole per mantenere il giu-sto livello di colesterolo sono semplici. Se-guire un regime alimentare corretto, evitare
l’eccesso di alcol, tenere il peso sotto con-trollo e fare attività fisica con regolarità. Il ta-bacco è molto pericoloso: più sigarette si fu-mano, maggiore sarà il rischio di problemi
alle coronarie.
Bisogna esseri molto accorti perché il co-lesterolo è insidioso: molti ignorano di sof-frire di ipercolesterolemia perché livelli alti
non producono sintomi evidenti. Ma basta
un semplice esame del sangue per tranquil-lizzarsi: il valore desiderabile è inferiore ai
190 mg/dl. Vanno controllati soprattutto i
valori del colesterolo Ldl in funzione del ri-schio cardiovascolare globale. Meno di 130
mg/dl è il valore in generale desiderabile.
Ma se il rischio è alto il limite scende a 100.
Per il colesterolo Hdl meno di 35 mg/dl rap-presentano un rischio elevato, oltre i 50
mg/dl il livello desiderabile. Gli esami del
sangue vanno eseguiti ogni 3-5 anni in caso
di basso rischio, ogni anno per un rischio
moderato-alto, ogni sei mesi se il rischio è
molto alto e si segue una terapia. Spetta co-munque al medico stabilire la frequenza de-gli esami e le eventuali cure. «Diversi stud centi hanno rilevato che bassi livelli di Hdl
(colesterolo buono) sono sì un fattore di ri-schio, ma non la principale causa dell’atero-sclerosi», spiega il professor Alberico L. Ca-tapano, ordinario di Farmacologia e presi-dente della Società europea dell’ateroscle-rosi. «Per tenere lontano questo pericolo
vanno ridotti i livelli di Ldl (il colesterolo cat-tivo) portandoli vicino alla soglia dei 100
mg/dl».
La bilancia è molto utile: ci si deve pesare
almeno una volta al mese, perché i chili di
troppo favoriscono molte malattie, quali l’i-pertensione e il diabete. Aggiunge Catapa-no: «In Italia circa il 50 per cento delle per-sone è in sovrappeso, il 18 per cento addirit-tura obesa. Sono dati che rivelano quanto
siano tuttora ignorate le raccomandazioni
per uno stile di vita sano. Occorre poi sorve-gliare dove si accumula il grasso: è dannoso
quello che si deposita a livello dell’addome,
perché può portare a complicanze metabo-liche anche gravi. La “pancia” è una tenden-za frequente nei maschi, specie con il pas-sare degli anni. Nelle donne il grasso si loca-lizza sui fianchi, un fenomeno meno dan-noso per la salute cardiovascolare. Ma con
la menopausa le donne sviluppano rischi
cardiovascolari pari a quelli degli uomini. Il
periodo più delicato è tra i 50 e i 55 anni».
Il colesterolo può essere controllato con
facilità anche in farmacia. «Dal 2009 può es-sere eseguito sotto la supervisione del far-macista l’autotest per determinare i livelli di
colesterolo totale», dice Andrea Mandelli,
presidente della Federazione degli Ordini
dei farmacisti italiani. «In sostanza si tratta
degli stessi test acquistabili per essere ese-guiti a casa propria. L’esame si effettua con
un pungidito su sangue capillare, quindi
senza prelievo venoso, che il farmacista non
può praticare. Ci si pone così al riparo da er-rori che, come segnalato da alcuni studi, so-no sempre possibili facendo da sé. Non oc-corre prescrizione medica. Anche se, di
fronte a un valore superiore all’intervallo di
riferimento normale, la prima preoccupa-zione del farmacista è rinviare immediata-mente il paziente al medico curante. L’ese-cuzione di questi test non può e non deve so-stituire le indagini di laboratorio prescritte
dal medico
martedì 16 luglio 2013
lunedì 15 luglio 2013
Non si brevetta il Dna umano stop ai giganti del biotech DI ODIFREDDI
L
A NATURA non si brevetta.
Con questo slogan si può
tradurre la decisione che
arriva dagli Stati Uniti. D’altra
parte per semplificare un po’, ma
non troppo, la biologia contem-poranea può essere considerata
come uno scontro fra Titani. Da
una parte, ci sono gli scienziati
“duri e puri”, interessati alla ri-cerca per scoprire com’è fatta la
Natura, per il bene dell’umanità.
D
ALL’ALTRA parte, gli scienziati
“duri e impuri”, interessati alla
ricerca per scoprire com’è fatta
la Natura, per il bene del loro conto in
banca.
I vessilliferi di questi due gruppi so-no i due biologi più famosi del mondo:
rispettivamente, James Watson e
Craig Venter. Entrambi sono stati de-gli enfant prodige, e sono diventati de-gli enfant terrible. Ed entrambi hanno
legato il loro nome al Progetto Geno-ma, che nel 2000 ha portato alla se-quenziazione del genoma umano.
Watson fu il primo direttore del
Consorzio pubblico fondato nel 1988
dall’Istituto Nazionale della Sanità de-gli Stati Uniti, che coordinò una ricer-ca internazionale in cui parti diverse
del genoma furono sequenziate da na-zioni diverse. Venter fu invece il presi-dente della compagnia privata Celera,
che nel 1998 si affiancò al Consorzio
pubblico nella corsa al traguardo. La
sua entrata in gara accelerò la corsa,
che però in parte fu truccata dal fatto
che la Celera usò molti dei dati del
Consorzio pubblico, che erano essi
stessi pubblici.
La corsa si concluse con una dichia-razione di parità il 26 giugno 2000,
quando il secondo direttore del Con-sorzio pubblico, Francis Collins, an-nunciò insieme a Venter alla Casa
Bianca il raggiungimento dell’obietti-vo. Il presidente Clinton dichiarò che
l’uomo aveva appreso il linguaggio
della vita, ma rimaneva da leggerne il
libro: cioè, identificare i geni che ne co-stituiscono i capitoli. E già prima di
quel momento era sorta la questione
se i geni identificati si potessero “bre-vettare”: parola che, naturalmente, è
solo un sinonimo di “privatizzare”.
Come si può immaginare, Watson
era assolutamente contrario. E così era
Renato Dulbecco, premio Nobel per la
medicina e primo ideatore del Proget-to Genoma, che in un’intervista per
Repubblica del 2002 mi disse: “Per me
un brevetto è un prodotto ottenuto
con mezzi non banali, e che abbia di-mostrata utilità. Brevettare un gene da
cui si è ottenuto un prodotto utile, va
bene. Ma non so perché si debba con-cedere il brevetto a un gene soltanto
perché lo si è identificato, senza sape-re né dove agisce, né cosa fa”.
Come si può di nuovo immaginare,
Venter era al contrario assolutamente
favorevole. Il premio Nobel per la me-dicina Hamilton Smith, che è la mente
dei progetti di cui Venter è il braccio,
prese una posizione intermedia, così
testimoniata in un’altra intervista che
gli feci per Repubblica nel 2005: “Non
ho problemi coi brevetti provvisori,
che congelino ad esempio per un anno
i diritti su un gene che è stato appena
trovato, nell’attesa che se ne scopra
qualche uso immediato”.
In realtà, messi da parte gli interessi,
la non brevettazione dei geni era sem-plicemente una questione di buon
senso. Anche perché si può facilmente
immaginare cosa succederebbe se si
brevettassero geni umani: tutti gli es-seri che li hanno potrebbero essere co-stretti a pagare, per il solo fatto di aver-li. Si istituirebbe così una tassa sull’esi-stenza, ancora peggiore di quelle per
l’aria che si respira, l’acqua che si beve,
o il Sole che ci riscalda. Una vera follia,
che solo l’avidità di un Dottor Strana-more poteva immaginare e difendere.
La Corte Suprema degli Stati Uniti
ora ha finalmente dato ragione a Wat-son e Dulbecco, oltre che agli uomini
di buon senso, a proposito dei geni
umani. Ma ha lasciato aperta la que-stione dei geni artificiali, ai quali si
stanno dedicando da anni Venter e
Smith: la guerra continua.
Ma i geni artificiali restano protetti
questa sarà la vera scommessa del futuro”
ROMA — «Leggere il Dna è di-ventato così facile oggi. Conce-dere brevetti sulle sequenze
dei geni non era solo sbagliato,
era diventato ormai anacroni-stico». Fulvio Mavilio non è stu-pito: la sentenza della Corte Su-prema Usa prende atto dell’a-vanzamento prepotente della
tecnologia nel campo della ge-netica. Lo scienziato che oggi
dirige Genethon (l’equivalente
francese di Telethon) ha inse-gnato biologia molecolare al-l’università di
Modena e Reg-gio e fondato
due aziende
biotech a Mila-no. Alla doppia
elica sa dun-que guardare a
tutto tondo.
Cosa cam-bia per noi eu-ropei?
«Pratica-mente nulla.
L’Europa ha
deciso anni fa
che il genoma
non è brevet-tabile. Il caso
americano era un parados-so e la decisione della Cor-te Suprema era molto at-tesa. Quando la Myriad
ottenne il brevetto, se-quenziare un gene come
Brca era un’impresa d’a-vanguardia. Oggi un mio
studente saprebbe farlo».
Perché allora i test del-la Myriad da noi costavano
come negli Usa?
«Perché nessuno ha mai
prodotto un test concorrente.
In Europa il brevetto non era ri-conosciuto, d’accordo. Ma la
paura di finire in tribunale con
spese legali enormi aleggiava
comunque».
La ricerca ora sarà più libe-ra?
«I brevetti riguarda vano la commercializzazione
dei test genetici. Non avevano
impatto sulla ricerca di labora-torio. La nostra libertà non era
in ballo perché siamo diventa-ti da tempo bravi e veloci nel se-quenziare il Dna, senza biso-gno della Myriad».
Perché le azioni della My-riad sono salite?
«Perché la Corte da un lato ha
cancellato i brevetti su una tec-nologia del passato. Ma dall’al-tro ha sancito la possibilità di
chiederli sulla tecnologia del
futuro: la genetica che intervie-ne sul Dna modificandolo. Si
tratta di tecniche con cui pos-siamo produrre farmaci, pian-te, semi o animali per curare le
malattie. E lì l’elemento di in-novazione è innegabile. Per
questo la decisione della Corte
non ha stupito i mercati, e i gua-dagni delle azioni si spiegano
con un normale sospiro di sol-lievo. La sentenza ha rispettato
le attese e sventato il timore di
prese di posizione oscuranti-ste».
Giusta o sbagliata, la brevet-tabilità dei geni ha fatto da om-brello per anni a un enorme
settore della scienza. Ha forse
drogato un mercato?
«È vero, l’industria investe
dove intravede guadagni e i
brevetti hanno reso attraente
questo settore in anni cruciali
per la sua crescita. Ma il fattore
essenziale per la scienza resta
la conoscenza, non la brevetta-bilità. Al progresso della gene-tica ha contribuito infinita-mente di più il Progetto Geno-ma Umano. I cui dati sono da
sempre pubblici»
A NATURA non si brevetta.
Con questo slogan si può
tradurre la decisione che
arriva dagli Stati Uniti. D’altra
parte per semplificare un po’, ma
non troppo, la biologia contem-poranea può essere considerata
come uno scontro fra Titani. Da
una parte, ci sono gli scienziati
“duri e puri”, interessati alla ri-cerca per scoprire com’è fatta la
Natura, per il bene dell’umanità.
D
ALL’ALTRA parte, gli scienziati
“duri e impuri”, interessati alla
ricerca per scoprire com’è fatta
la Natura, per il bene del loro conto in
banca.
I vessilliferi di questi due gruppi so-no i due biologi più famosi del mondo:
rispettivamente, James Watson e
Craig Venter. Entrambi sono stati de-gli enfant prodige, e sono diventati de-gli enfant terrible. Ed entrambi hanno
legato il loro nome al Progetto Geno-ma, che nel 2000 ha portato alla se-quenziazione del genoma umano.
Watson fu il primo direttore del
Consorzio pubblico fondato nel 1988
dall’Istituto Nazionale della Sanità de-gli Stati Uniti, che coordinò una ricer-ca internazionale in cui parti diverse
del genoma furono sequenziate da na-zioni diverse. Venter fu invece il presi-dente della compagnia privata Celera,
che nel 1998 si affiancò al Consorzio
pubblico nella corsa al traguardo. La
sua entrata in gara accelerò la corsa,
che però in parte fu truccata dal fatto
che la Celera usò molti dei dati del
Consorzio pubblico, che erano essi
stessi pubblici.
La corsa si concluse con una dichia-razione di parità il 26 giugno 2000,
quando il secondo direttore del Con-sorzio pubblico, Francis Collins, an-nunciò insieme a Venter alla Casa
Bianca il raggiungimento dell’obietti-vo. Il presidente Clinton dichiarò che
l’uomo aveva appreso il linguaggio
della vita, ma rimaneva da leggerne il
libro: cioè, identificare i geni che ne co-stituiscono i capitoli. E già prima di
quel momento era sorta la questione
se i geni identificati si potessero “bre-vettare”: parola che, naturalmente, è
solo un sinonimo di “privatizzare”.
Come si può immaginare, Watson
era assolutamente contrario. E così era
Renato Dulbecco, premio Nobel per la
medicina e primo ideatore del Proget-to Genoma, che in un’intervista per
Repubblica del 2002 mi disse: “Per me
un brevetto è un prodotto ottenuto
con mezzi non banali, e che abbia di-mostrata utilità. Brevettare un gene da
cui si è ottenuto un prodotto utile, va
bene. Ma non so perché si debba con-cedere il brevetto a un gene soltanto
perché lo si è identificato, senza sape-re né dove agisce, né cosa fa”.
Come si può di nuovo immaginare,
Venter era al contrario assolutamente
favorevole. Il premio Nobel per la me-dicina Hamilton Smith, che è la mente
dei progetti di cui Venter è il braccio,
prese una posizione intermedia, così
testimoniata in un’altra intervista che
gli feci per Repubblica nel 2005: “Non
ho problemi coi brevetti provvisori,
che congelino ad esempio per un anno
i diritti su un gene che è stato appena
trovato, nell’attesa che se ne scopra
qualche uso immediato”.
In realtà, messi da parte gli interessi,
la non brevettazione dei geni era sem-plicemente una questione di buon
senso. Anche perché si può facilmente
immaginare cosa succederebbe se si
brevettassero geni umani: tutti gli es-seri che li hanno potrebbero essere co-stretti a pagare, per il solo fatto di aver-li. Si istituirebbe così una tassa sull’esi-stenza, ancora peggiore di quelle per
l’aria che si respira, l’acqua che si beve,
o il Sole che ci riscalda. Una vera follia,
che solo l’avidità di un Dottor Strana-more poteva immaginare e difendere.
La Corte Suprema degli Stati Uniti
ora ha finalmente dato ragione a Wat-son e Dulbecco, oltre che agli uomini
di buon senso, a proposito dei geni
umani. Ma ha lasciato aperta la que-stione dei geni artificiali, ai quali si
stanno dedicando da anni Venter e
Smith: la guerra continua.
Ma i geni artificiali restano protetti
questa sarà la vera scommessa del futuro”
ROMA — «Leggere il Dna è di-ventato così facile oggi. Conce-dere brevetti sulle sequenze
dei geni non era solo sbagliato,
era diventato ormai anacroni-stico». Fulvio Mavilio non è stu-pito: la sentenza della Corte Su-prema Usa prende atto dell’a-vanzamento prepotente della
tecnologia nel campo della ge-netica. Lo scienziato che oggi
dirige Genethon (l’equivalente
francese di Telethon) ha inse-gnato biologia molecolare al-l’università di
Modena e Reg-gio e fondato
due aziende
biotech a Mila-no. Alla doppia
elica sa dun-que guardare a
tutto tondo.
Cosa cam-bia per noi eu-ropei?
«Pratica-mente nulla.
L’Europa ha
deciso anni fa
che il genoma
non è brevet-tabile. Il caso
americano era un parados-so e la decisione della Cor-te Suprema era molto at-tesa. Quando la Myriad
ottenne il brevetto, se-quenziare un gene come
Brca era un’impresa d’a-vanguardia. Oggi un mio
studente saprebbe farlo».
Perché allora i test del-la Myriad da noi costavano
come negli Usa?
«Perché nessuno ha mai
prodotto un test concorrente.
In Europa il brevetto non era ri-conosciuto, d’accordo. Ma la
paura di finire in tribunale con
spese legali enormi aleggiava
comunque».
La ricerca ora sarà più libe-ra?
«I brevetti riguarda vano la commercializzazione
dei test genetici. Non avevano
impatto sulla ricerca di labora-torio. La nostra libertà non era
in ballo perché siamo diventa-ti da tempo bravi e veloci nel se-quenziare il Dna, senza biso-gno della Myriad».
Perché le azioni della My-riad sono salite?
«Perché la Corte da un lato ha
cancellato i brevetti su una tec-nologia del passato. Ma dall’al-tro ha sancito la possibilità di
chiederli sulla tecnologia del
futuro: la genetica che intervie-ne sul Dna modificandolo. Si
tratta di tecniche con cui pos-siamo produrre farmaci, pian-te, semi o animali per curare le
malattie. E lì l’elemento di in-novazione è innegabile. Per
questo la decisione della Corte
non ha stupito i mercati, e i gua-dagni delle azioni si spiegano
con un normale sospiro di sol-lievo. La sentenza ha rispettato
le attese e sventato il timore di
prese di posizione oscuranti-ste».
Giusta o sbagliata, la brevet-tabilità dei geni ha fatto da om-brello per anni a un enorme
settore della scienza. Ha forse
drogato un mercato?
«È vero, l’industria investe
dove intravede guadagni e i
brevetti hanno reso attraente
questo settore in anni cruciali
per la sua crescita. Ma il fattore
essenziale per la scienza resta
la conoscenza, non la brevetta-bilità. Al progresso della gene-tica ha contribuito infinita-mente di più il Progetto Geno-ma Umano. I cui dati sono da
sempre pubblici»
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