C
apita talvolta che i
ruoli s’invertano. “Lei
sa che significa la pa-rola parresia?”, do-manda l’intervistato. “Attitudi -ne a dire la verità. Perché me lo
chiede?”. Gustavo Zagrebelsky
esita nel rispondere: “Perché
questa virtù – parlar chiaro e li-bero, e agire di conseguenza –
mi pare oggi alquanto sbiadita.
Il contrario è ipocrisia: negarsi
al dovere di dire la verità o dire
una cosa per volerne un’altra”.
Esempi, professore?
Stiamo parlando di riforme co-stituzionali: i discorsi in priva-to contraddicono quelli in pub-blico. Oppure, ci si convince
del contrario di quel che si è
sempre pensato. Opportuni-smo o spirito d’omologazione.
Diceva anche: dire una cosa per
intenderne un’a l t ra .
Pensi alle “riforme”. Viviamo
in tempi d’inceppamento. C’è
un sistema di potere che non
vuole o non riesce a rinnovarsi.
Perciò si cristallizza. Le “larghe
intese”, la rielezione della stessa
persona a capo dello Stato: non
sono due clamorose dimostra-zioni di paralisi politica? Qui,
nella stasi, s’innestano le rifor-me e la loro retorica. Ma rifor-me per cosa? Per aprire, rinno-vare, vivificare oppure per af-ferrare più saldamente il pote-re, stringendolo nelle mani di
sempre, per garantire perdu-ranza d’interessi e pratiche
consociative? In una parola: ri-formare per non cambiare. Mi
riferisco agli strateghi del pre-sidenzialismo.
Perché il presidenzialismo sa-rebbe strumento di conserva-z i o n e?
Il presidenzialismo, nelle sue
varianti, più di qualsiasi altro
sistema cambia d’aspetto a se-conda delle società ove opera. È
camaleontico. Pensi al sem residenzialismo francese e alle
sue imitazioni africane. Sono la
stessa cosa? No. Gli “ingegneri
costituzionali” si occupano di
formule, ma i costituzionalisti
sanno che le costituzioni sono
fatte, sì, di formule, ma anche di
storia, cultura, abitudini, vizi e
virtù. Quale ignoranza nel pen-sare che la riforma della costi-tuzione sia una questione di
modelli astratti d’importazio -ne!
Ha paura che veleggiamo verso
il Ruanda più che verso la Fran-c i a?
Non facciamo terrorismo co-stituzionale. Tuttavia, sarem-mo ciechi se non ci preoccu-passimo di alcuni fattori con-dizionanti. Il primo è la corru-zione. Dove la corruzione è dif-fusa, i presidenzialismi sono
non solo essi stessi corrotti, ma
ne diventano garanzia. Il s ondo è la cultura politica che,
in nome della storia, delle liber-tà, delle tradizioni repubblica-ne, eccetera, trattiene dall’abu -so del potere. Il terzo è la coe-sione sociale. Dove la convi-venza è minacciata dalle disu-guaglianze, dalla mancanza di
lavoro, dall’abbandono a se
stessi di cittadini più deboli, è
forte la tentazione di cercare la
pace sociale non nella parteci-pazione democratica, ma nelle
misure energiche d’ordine
pubblico. Da noi? Come stiamo
a corruzione? A incultura po-litica? A ciò che, pudicamente,
si chiama disagio sociale? Chie-derei: che ne è del conflitto
d’interessi? Credete che si pos-sa pensare a un’elezione diretta
del capo del governo senza ave-re sciolto il nodo che lega po-litica, economia, informazio-ne?
Teme per la democrazia?
Nelle attuali condizioni sì. Di
fronte alle difficoltà, non c’è il
rischio che si dica: pensaci tu al
posto nostro; fagliela vedere tu
a questi queruli e fastidiosi po-stulanti che chiedono diritti e
disturbano la (nostra) pace so-ciale? Quella massa di elettori
mancati, quando si muoveran-no, dove andranno a parare?
Il sistema parlamentare non è a
sua volta in crisi?
Certamente! Ma, mi pare che la
via per uscirne sia rinnovare la
politica, cambiare dall’interno i
partiti, non temere l’irruzione
delle novità, ma assecondarle e
costituzionalizzarle, come av-viene nelle democrazie non as-sediate dalla paura del nuovo.
Prima, il rinnovamento della
politica; poi, eventualmente, la
riforma della forma di gover-no.
Sulle “forme delle riforme” re -gna una grande confusione.
Non si capisce bene quale ruolo
abbia la commissione degli
esperti e quale il governo. Che
c’entra il governo con un per-corso che dovrebbe essere par-l a m e n t a re?
Si vuol seguire una procedura
farraginosa, molto più compli-cata dell’articolo 138. In più,
questa farraginosa procedura
presuppone una legge costitu-zionale che la codifichi, da ap-provarsi con le procedure oggi
vigenti. Chi guardasse dall’e-sterno, penserebbe che si vuole
complicare per non fare nulla.
Invece, la verità è che, con que-sto procedimento, non si esau-tora il Parlamento, ma lo si
mette alle corde. Ricorda il di-scorso del presidente della Re-pubblica, al momento della sua
rielezione? Si è trattato d’un at-to d’accusa contro le Camere
inconcludenti, che i parlamen-tari hanno incassato senza bat-tere ciglio. Così, sullo svolgi-mento della nuova procedura igilerà il governo, con l’aiuto
dei suoi consulenti, sotto l’egi -da del capo dello Stato e secon-do un “cronoprogramma” che
dovrebbe garantirne la conclu-sione entro 18 mesi. Dove sia
questa garanzia, però, nessuno
lo sa. I Parlamenti, per defini-zione, sono padroni dei propri
tempi e lavori: ci mancherebbe
che non fosse così! Per ora, si sa
solo che i 18 mesi suonano
piuttosto come garanzia di du-rata del governo. E non vor-remmo credere che la garanzia
stia nella minaccia di dimissio-ni del presidente della Repub-blica, dimissioni che, come
sanno i costituzionalisti, non
sono affatto nella sua disponi-bilità secondo valutazioni po-litiche e che precipiterebbero la
situazione nel caos.
C’è una riforma necessaria e ur-ge n te?
Sì, lo si è detto infinite volte: la
riforma della legge elettorale.
Non sto a ripetere le ragioni.
Faccio solo osservare che, per
riconoscimento unanime,
quella attuale è giudicata inco-stituzionale. Dunque, per
quanto si voglia voltare lo
sguardo dall’altra parte, noi ab-biamo – unici nel mondo delle
democrazie – un Parlamento
carente di legalità costituziona-le. Se poi consideriamo che la
formula del governo di larghe
intese – necessitata o non: non
è questo il punto – non ha alcun
rapporto, anzi è in contrasto,
con la volontà degli elettori e
con il risultato elettorale, allora
al deficit di legalità si aggiunge
un altrettanto, anzi più, grave
deficit di legittimità. E, in que-ste condizioni, si pensa di dare
al nostro Paese una nuova co-stituzione? Non è ybris , presun-zione?
Sulle riforme gravano poi le in-cognite legate ai processi Berlu-sconi. Che opinione s’è fatto
della decisione della Consulta
sul legittimo impedimento nel
processo Mediaset?
Da quel che si sa, mi pare che la
Corte abbia fatto applicazione
rigorosa dei suoi precedenti.
Chi parla di contraddizione,
dovrebbe avere cura di studiare
un poco e non falsificare i dati.
Il punto è la cosiddetta “leale
collaborazione” tra governo e
autorità giudiziaria. La leale
collaborazione non significa
affatto autorizzazione a una
delle parti perché possa boicot-tare l’attività dell’altra. Signifi-ca che entrambe devono coo-perare per un fine comune, il
corretto esercizio di funzioni
che hanno la medesima dignità
costituzionale. La Corte ha ri-tenuto che da parte dell’allora
presidente del Consiglio vi sia
stato proprio questo boicottag-gio dell’attività giudiziaria.
Non c’è nulla d’aggiungere
domenica 23 giugno 2013
mercoledì 5 giugno 2013
01 4 Le Banche centrali hanno inondato i mercati di liquidità a basso prezzo, banche e fondi si indebitano sempre di più. Ma quando i tassi saliranno, tutto crollerà L’ago che sgonfierà la bolla finanziaria
C
osa succederà quando
le Banche centrali do-vranno invertire le mi-sure eccezionali messe
in piedi per tamponare
la Grande Crisi? I ban-chieri centrali professano fiducia nelle
proprie taumaturgiche capacità di ge-stire la transizione come tanti Von Ka-rajan, con i tassi e direttive al posto del-la bacchetta, a cui risponderà con brio
l’orchestra delle banche, degli investi-tori, dei consumatori, degli imprendi-tori e persino dei ministri. E se invece
dei Berliner Philharmoniker si sco-prissero alle prese con gli orchestrali
disfunzionali immortalati da Fellini in
Prova d’O rc h e s t ra ? È bastato che il pre-sidente della Federal Reserve america-na, Ben Bernanke, ventilasse la fine
dell’andazzo monetario per ristabilire
il principio di gravità. Che nei mercati,
come nei cartoni animati di Wile Co-yote, si sospende solo per intervalli li-mitati.
La piramide fragile
Le Banche centrali sembrano affidarsi
(come la cavalleria polacca contro i
panzer) a strategie e strumenti adeguati
per il secolo scorso, nonostante i mec-canismi di trasmissione della politica
monetaria siano sfuggiti da tempo al
controllo delle autorità monetarie.
Mentre una volta la creazione di liqui-dità era determinata dalla riserva obbli-gatoria sui depositi e dalle operazioni
tra banche commerciali e banca centra-le, oggi essa si alimenta in modi eclet-tici, endogeni al sistema finanziario. In
primis nel mercato dei prestiti collate-ralizzati (i repurchase agreements , in
gergo “ re p o ”) con scadenza da un gior-no a qualche mese dove operano oltre a
banche private, fondi monetari, hedge
fund, e altri intermediari atipici.
Il detentore di un titolo può darlo in pe-gno per un prestito e lo stesso titolo può
essere dato in pegno più volte (re-ipo-tecazione). Si determina un effetto a
catena che, per ogni dollaro di titoli ar-riva a generarne fino a tre di prestiti (in
teoria garantiti), e su cui la banca cen-trale influisce poco. Conta l’h a i rc u t ,
cioè la frazione del valore di mercato
del titolo chiesta in garanzia e il tasso di
interesse re p o , entrambi stabiliti da ac-cordi tra i contraenti.
Questa liquidità poi si diffonde attra-verso ulteriori meandri dello s h a d ow
banking, il sistema bancario ombra. Per
esempio con tassi asfittici sulle obbli-gazioni AAA, i fondi pensione privati
per assicurare un vitalizio decente ai
membri si lanciano in investimenti “al-ternativi” tipo i fondi di private equity.
Un fondo di private equityche riceva un
euro di capitale riesce ad ottenere un
prestito addizionale di 3 euro. Se questi
3 euro sono impiegati per un aumento
di capitale in un’azienda, questa a sua
volta potrebbe indebitarsi di almeno
un altro euro. Quindi da un euro si ar-rivano a generare 4 euro di debiti. In
questa girandola il settore bancario è
coinvolto fino al collo, oggi come pri-ma del 2008. Il governatore della Banca
d’Italia Ignazio Visco, nelle sue “con-siderazioni finali” del 31 maggio, ha
sottolineato che in media le banche ita-liane hanno una leva di 14 e quelle eu-ropee di 20. Significa che per per 10 eu-ro di capitale le banche europee hanno
(in media) attivi per 200 euro.
Le banche sembrano sane
Il nodo cruciale è l’effetto che la massa
di crediti ha sull’economia reale. Se la
tecnologia e la produttività rimangono
inalterate, cioè se questo credito non
stimola la crescita reale di lungo perio-do, è semplicemente aumentato il ri-schio complessivo: se un investimento
va male l’effetto contagio deflegra in
modo più dirompente perché il conta-gio è più rapido. Insomma se il credito
viene usato per comprare azioni o con-tratti f u t u re s su materie prime nell’a-spettativa (avulsa da fondamenti con-creti) di corsi in aumento, si gonfia
quella che comunemente si definisce
bolla speculativa. Mantenendo i tassi di
interesse a zero e – soprattutto – i m b o t-tendo il propri bilanci di debiti sovrani
e titoli di dubbia qualità, la banca gon-fia i prezzi e garantisce implicitamente
asset che poi vengono scontati allegra-mente nelle re p o oppure per imbellet-tare i bilanci.
Cosa succede quando la Banca centrale
aumenta i tassi di interesse? Il valore
delle obbligazioni scende e quindi la
creazione di liquidità endogena si at-tenua. Ma se la politica monetaria ha
innescato principalmente una giran-dola nei mercati finanziari, la stretta ha
effetti drastici perché tutti capiscono
che la catena di Sant’Antonio sta per
spezzarsi. Quindi le re p o si prosciuga-no, chi ha una leva alta subisce perdite
devastanti, i debitori più esposti diven-tano insolventi, la fiducia evapora e il
ritornello cantato a Madama la Mar-chesa si strozza in gola. Gli effetti della
politica monetaria e del quantitative ea-sing , cioè l’espansione del bilancio del-le banche centrali, sono fortemente
asimmetrici, specie quando alimenta-no aspettative pompate da analisti che
confondono i fogli Excel con la realtà,
dalla prospettiva di bonus milionari e
dall’idea che l’economia reale si stimo-li con operazioni di finanza creativa tra
governo e banche centrali.
capo economista del Fondo sovrano
dell’Oman
osa succederà quando
le Banche centrali do-vranno invertire le mi-sure eccezionali messe
in piedi per tamponare
la Grande Crisi? I ban-chieri centrali professano fiducia nelle
proprie taumaturgiche capacità di ge-stire la transizione come tanti Von Ka-rajan, con i tassi e direttive al posto del-la bacchetta, a cui risponderà con brio
l’orchestra delle banche, degli investi-tori, dei consumatori, degli imprendi-tori e persino dei ministri. E se invece
dei Berliner Philharmoniker si sco-prissero alle prese con gli orchestrali
disfunzionali immortalati da Fellini in
Prova d’O rc h e s t ra ? È bastato che il pre-sidente della Federal Reserve america-na, Ben Bernanke, ventilasse la fine
dell’andazzo monetario per ristabilire
il principio di gravità. Che nei mercati,
come nei cartoni animati di Wile Co-yote, si sospende solo per intervalli li-mitati.
La piramide fragile
Le Banche centrali sembrano affidarsi
(come la cavalleria polacca contro i
panzer) a strategie e strumenti adeguati
per il secolo scorso, nonostante i mec-canismi di trasmissione della politica
monetaria siano sfuggiti da tempo al
controllo delle autorità monetarie.
Mentre una volta la creazione di liqui-dità era determinata dalla riserva obbli-gatoria sui depositi e dalle operazioni
tra banche commerciali e banca centra-le, oggi essa si alimenta in modi eclet-tici, endogeni al sistema finanziario. In
primis nel mercato dei prestiti collate-ralizzati (i repurchase agreements , in
gergo “ re p o ”) con scadenza da un gior-no a qualche mese dove operano oltre a
banche private, fondi monetari, hedge
fund, e altri intermediari atipici.
Il detentore di un titolo può darlo in pe-gno per un prestito e lo stesso titolo può
essere dato in pegno più volte (re-ipo-tecazione). Si determina un effetto a
catena che, per ogni dollaro di titoli ar-riva a generarne fino a tre di prestiti (in
teoria garantiti), e su cui la banca cen-trale influisce poco. Conta l’h a i rc u t ,
cioè la frazione del valore di mercato
del titolo chiesta in garanzia e il tasso di
interesse re p o , entrambi stabiliti da ac-cordi tra i contraenti.
Questa liquidità poi si diffonde attra-verso ulteriori meandri dello s h a d ow
banking, il sistema bancario ombra. Per
esempio con tassi asfittici sulle obbli-gazioni AAA, i fondi pensione privati
per assicurare un vitalizio decente ai
membri si lanciano in investimenti “al-ternativi” tipo i fondi di private equity.
Un fondo di private equityche riceva un
euro di capitale riesce ad ottenere un
prestito addizionale di 3 euro. Se questi
3 euro sono impiegati per un aumento
di capitale in un’azienda, questa a sua
volta potrebbe indebitarsi di almeno
un altro euro. Quindi da un euro si ar-rivano a generare 4 euro di debiti. In
questa girandola il settore bancario è
coinvolto fino al collo, oggi come pri-ma del 2008. Il governatore della Banca
d’Italia Ignazio Visco, nelle sue “con-siderazioni finali” del 31 maggio, ha
sottolineato che in media le banche ita-liane hanno una leva di 14 e quelle eu-ropee di 20. Significa che per per 10 eu-ro di capitale le banche europee hanno
(in media) attivi per 200 euro.
Le banche sembrano sane
Il nodo cruciale è l’effetto che la massa
di crediti ha sull’economia reale. Se la
tecnologia e la produttività rimangono
inalterate, cioè se questo credito non
stimola la crescita reale di lungo perio-do, è semplicemente aumentato il ri-schio complessivo: se un investimento
va male l’effetto contagio deflegra in
modo più dirompente perché il conta-gio è più rapido. Insomma se il credito
viene usato per comprare azioni o con-tratti f u t u re s su materie prime nell’a-spettativa (avulsa da fondamenti con-creti) di corsi in aumento, si gonfia
quella che comunemente si definisce
bolla speculativa. Mantenendo i tassi di
interesse a zero e – soprattutto – i m b o t-tendo il propri bilanci di debiti sovrani
e titoli di dubbia qualità, la banca gon-fia i prezzi e garantisce implicitamente
asset che poi vengono scontati allegra-mente nelle re p o oppure per imbellet-tare i bilanci.
Cosa succede quando la Banca centrale
aumenta i tassi di interesse? Il valore
delle obbligazioni scende e quindi la
creazione di liquidità endogena si at-tenua. Ma se la politica monetaria ha
innescato principalmente una giran-dola nei mercati finanziari, la stretta ha
effetti drastici perché tutti capiscono
che la catena di Sant’Antonio sta per
spezzarsi. Quindi le re p o si prosciuga-no, chi ha una leva alta subisce perdite
devastanti, i debitori più esposti diven-tano insolventi, la fiducia evapora e il
ritornello cantato a Madama la Mar-chesa si strozza in gola. Gli effetti della
politica monetaria e del quantitative ea-sing , cioè l’espansione del bilancio del-le banche centrali, sono fortemente
asimmetrici, specie quando alimenta-no aspettative pompate da analisti che
confondono i fogli Excel con la realtà,
dalla prospettiva di bonus milionari e
dall’idea che l’economia reale si stimo-li con operazioni di finanza creativa tra
governo e banche centrali.
capo economista del Fondo sovrano
dell’Oman
lunedì 3 giugno 2013
18/5/13 - “La Convenzione umilia il Parlamento così si blinda solo una oligarchia” Zagrebelsky: non c’è pacificazione senza verità e giustizia
OMA — L’ora della mobilitazio-ne, per reagire «a questa condizio-ne crepuscolare della democra-zia». Per difendere la Costituzione
ancora una volta «a rischio» dal-l’attacco che le viene mosso da
una «oligarchia politica» che ri-corre adesso a una Convenzione
«estranea alla Costituzione». Par-la di tentativo di «normalizzare» il
Paese, il presidente emerito della
Consulta Gustavo Zagrebelsky, al-tro che di «pacificazione». E di par-lamentari che «senza titoli» si son
messi in testa di cambiare volto al-la Carta.
Il 2 giugno, lei e il professor Ro-dotà in piazza a Bologna in difesa
della Costituzione: «Non è cosa
vostra». Perchè questo rinnovato
atto di fedeltà alla Carta proprio
mentre la maggioranza studia
come modificarla? È una provo-cazione controcorrente?
«Si sta giocando una partita po-litica e la posta è elevatissima. È in
atto un tentativo di spoliticizza-zione, una sorta di mascheramen-to».
Un mascheramento, professo-re Zagrebelsky?
«Le maschere sono i tecnici, i
saggi, gli esperti. Certo, dell’effi-cienza un sistema politico non
può fare a meno, pena il suicidio.
Ma, l’efficienza non esiste in sé e
per sé».
Si è insediato un governo di lar-ghe intese che si propone tra l’al-tro di modificare la macchina
dello Stato. Non la convince?
«A me pare piuttosto evidente
che sia in atto un disegno di razio-nalizzazione d’un potere oligar-chico. In Italia non si è forse radi-cato un sistema di giri di potere,
sempre gli stessi che si riproduco-no per connivenze e clientele?
Parlando di oligarchie, non si pen-si solo alla politica, ma al comples-so d’interessi nazionali e interna-zionali, che nella politica trovano
la loro garanzia di perpetuità».
Appunto, quale occasione mi-gliore per cambiare quegli asset-ti, per riformare?
«Sono decenni che se ne parla.
Ma ora sembra che sia giunta l’o-ra. Quel complesso d’interessi è
sovraccarico e non riesce più a tro-vare un equilibrio. Rischia l’im-plosione e s’inceppa. La rielezio-ne del Presidente della Repubbli-ca — impensabile in un sistema di
governo anche solo minimamen-te dinamico — è rivelatrice. L’ap-plauso grato e commosso d’una
maggioranza impotente è il segno
dell’impasse. Per il futuro, ci vo-gliono riforme. Ma dal punto di vi-sta democratico, sono in realtà
controriforme».
Perché controriforme?
«Guardiamo le cose che si in-tende e le cose che non s’intende
fare. Il presidenzialismo, quale
che ne sia il modello, è un modo di
concentrare in alto la politica e di
ridurre dei cittadini a “micro-in-vestitori” del loro voto, a favore
d’un gestore d’affari nel cerchio
stretto delle oligarchie. In breve: è
il protettorato d’un sistema di po-tere chiuso. Altro che più potere al
popolo! Anzi, il popolo deve non
sapere o sapere il meno possibile:
si è ripresa infatti la discussione
sul “riequilibrio dei poteri” a dan-no dell’indipendenza della magi-stratura, e sui limiti al giornalismo
d’inchiesta (vedi la questione del-le intercettazioni). E poi, quel che
non si intende fare: vedi il silenzio
calato sul conflitto di interessi e sull’inasprimento delle misure
contro l’illegalità. Le oligarchie,
del resto, sono regimi dei privilegi.
Hanno bisogno di compiacenze e
illegalità».
È così sicuro che una
riforma in chiave se-mi presidenziale
non ci metta in li-nea con le moder-ne democrazie? In
fondo, anche il
ruolo di garanzia
del presidente
della Repubblica
negli ultimi anni si
è rivelato ancor più risolutivo per
uscire da pericolose crisi. Perché
non codificarlo nella Costituzio-ne?
«Inviterei a maneggiare l’argo-mento con cautela. Una co-sa è l’espansione dell’a-zione presidenziale a
tutela delle istituzioni
parlamentari previ-ste dalla Costituzio-ne. Altro è l’azione
che prelude a una
nuova normalità.
Questa seconda cosa
contraddirebbe l’obbligo di fedeltà alla Costituzio-ne. Il Capo dello Stato ne è “garan-te” quando agisce per preservarla
dalle trasformazioni “materiali”,
non certo quando le promuove.
Ma il presidente Napolitano ha
più volte precisato di muoversi
nella prima direzione e di quello
gli va dato atto. Chi oggi sostiene
che siamo ormai in un regime pre-sidenziale fa torto al presidente
della Repubblica».
Lei parla di consolidamento
oligarchico. E la pacificazione di
cui si fa un gran parlare?
«Chi di noi non è per la pace e
per la pacificazione? Ma la pace è
esigente, molto esigente. Non può
esistere senza condizioni. La pace
è la conseguenza della verità e del-la giustizia. Altrimenti, pacificare
significa solo “normalizzare”».
La Convenzione non basta
per la pacificazione?
«Perché dovrebbe essere af-fiancata da “esperti”, cioè da
persone al fuori dei contrasti
politici? Gli esperti sono a lo-ro volta portatori di visioni
politiche e saranno messi lì
dai partiti in quanto corri-spondano ai loro progetti.
Saranno “maschere”. Mi
auguro che in pochi accet-tino di assumere questo
ruolo».
Insomma, non pone
alcuna fiducia nella
Convenzione?
«Mah. La Costituzio-ne, all’art. 138, prevede
un procedimento lineare
per mutare la Carta. Si vuole,
invece, una procedura, per co-sì dire, blindata, dapprima la
Convenzione, poi il voto bloccato
delle Camere: o sì, o no, senza
emendamenti. Mi chiedo come
possano i parlamentari accettare
una simile umiliazione. Una pro-cedura complicata ma anche to-talmente estranea alla Costituzio-ne. Per questo, si prevede — solo
dopo — una ratifica con legge co-stituzionale, che è essa stessa la
confessione che si agisce contro la
Costituzione».
Ma i parlamentari avranno il
potere di riformare, almeno nelle
commissioni competenti, o no?
«I nostri politici “costituenti”
hanno un mandato? Chi li ha au-torizzati? Sono stati eletti per que-sto? Basta la retorica delle riforme
per legittimarli? Il 2 giugno ci tro-veremo per dire non solo che i
contenuti della controriforma
non ci piacciono, ma anche che il
metodo è sospetto. Sono in gioco
nodi cruciali della nostra vita, non
fredde operazioni di ingegneria
costituzionale, come si vuol far
credere. Lavoro, uguaglianza, giu-stizia sociale, diritti di tutti, cultu-ra, salute, legalità, trasparenza:
cose possibili in democrazia,
quando la si espande. Difficili o
impossibili, quando la si restrin-ge
ancora una volta «a rischio» dal-l’attacco che le viene mosso da
una «oligarchia politica» che ri-corre adesso a una Convenzione
«estranea alla Costituzione». Par-la di tentativo di «normalizzare» il
Paese, il presidente emerito della
Consulta Gustavo Zagrebelsky, al-tro che di «pacificazione». E di par-lamentari che «senza titoli» si son
messi in testa di cambiare volto al-la Carta.
Il 2 giugno, lei e il professor Ro-dotà in piazza a Bologna in difesa
della Costituzione: «Non è cosa
vostra». Perchè questo rinnovato
atto di fedeltà alla Carta proprio
mentre la maggioranza studia
come modificarla? È una provo-cazione controcorrente?
«Si sta giocando una partita po-litica e la posta è elevatissima. È in
atto un tentativo di spoliticizza-zione, una sorta di mascheramen-to».
Un mascheramento, professo-re Zagrebelsky?
«Le maschere sono i tecnici, i
saggi, gli esperti. Certo, dell’effi-cienza un sistema politico non
può fare a meno, pena il suicidio.
Ma, l’efficienza non esiste in sé e
per sé».
Si è insediato un governo di lar-ghe intese che si propone tra l’al-tro di modificare la macchina
dello Stato. Non la convince?
«A me pare piuttosto evidente
che sia in atto un disegno di razio-nalizzazione d’un potere oligar-chico. In Italia non si è forse radi-cato un sistema di giri di potere,
sempre gli stessi che si riproduco-no per connivenze e clientele?
Parlando di oligarchie, non si pen-si solo alla politica, ma al comples-so d’interessi nazionali e interna-zionali, che nella politica trovano
la loro garanzia di perpetuità».
Appunto, quale occasione mi-gliore per cambiare quegli asset-ti, per riformare?
«Sono decenni che se ne parla.
Ma ora sembra che sia giunta l’o-ra. Quel complesso d’interessi è
sovraccarico e non riesce più a tro-vare un equilibrio. Rischia l’im-plosione e s’inceppa. La rielezio-ne del Presidente della Repubbli-ca — impensabile in un sistema di
governo anche solo minimamen-te dinamico — è rivelatrice. L’ap-plauso grato e commosso d’una
maggioranza impotente è il segno
dell’impasse. Per il futuro, ci vo-gliono riforme. Ma dal punto di vi-sta democratico, sono in realtà
controriforme».
Perché controriforme?
«Guardiamo le cose che si in-tende e le cose che non s’intende
fare. Il presidenzialismo, quale
che ne sia il modello, è un modo di
concentrare in alto la politica e di
ridurre dei cittadini a “micro-in-vestitori” del loro voto, a favore
d’un gestore d’affari nel cerchio
stretto delle oligarchie. In breve: è
il protettorato d’un sistema di po-tere chiuso. Altro che più potere al
popolo! Anzi, il popolo deve non
sapere o sapere il meno possibile:
si è ripresa infatti la discussione
sul “riequilibrio dei poteri” a dan-no dell’indipendenza della magi-stratura, e sui limiti al giornalismo
d’inchiesta (vedi la questione del-le intercettazioni). E poi, quel che
non si intende fare: vedi il silenzio
calato sul conflitto di interessi e sull’inasprimento delle misure
contro l’illegalità. Le oligarchie,
del resto, sono regimi dei privilegi.
Hanno bisogno di compiacenze e
illegalità».
È così sicuro che una
riforma in chiave se-mi presidenziale
non ci metta in li-nea con le moder-ne democrazie? In
fondo, anche il
ruolo di garanzia
del presidente
della Repubblica
negli ultimi anni si
è rivelato ancor più risolutivo per
uscire da pericolose crisi. Perché
non codificarlo nella Costituzio-ne?
«Inviterei a maneggiare l’argo-mento con cautela. Una co-sa è l’espansione dell’a-zione presidenziale a
tutela delle istituzioni
parlamentari previ-ste dalla Costituzio-ne. Altro è l’azione
che prelude a una
nuova normalità.
Questa seconda cosa
contraddirebbe l’obbligo di fedeltà alla Costituzio-ne. Il Capo dello Stato ne è “garan-te” quando agisce per preservarla
dalle trasformazioni “materiali”,
non certo quando le promuove.
Ma il presidente Napolitano ha
più volte precisato di muoversi
nella prima direzione e di quello
gli va dato atto. Chi oggi sostiene
che siamo ormai in un regime pre-sidenziale fa torto al presidente
della Repubblica».
Lei parla di consolidamento
oligarchico. E la pacificazione di
cui si fa un gran parlare?
«Chi di noi non è per la pace e
per la pacificazione? Ma la pace è
esigente, molto esigente. Non può
esistere senza condizioni. La pace
è la conseguenza della verità e del-la giustizia. Altrimenti, pacificare
significa solo “normalizzare”».
La Convenzione non basta
per la pacificazione?
«Perché dovrebbe essere af-fiancata da “esperti”, cioè da
persone al fuori dei contrasti
politici? Gli esperti sono a lo-ro volta portatori di visioni
politiche e saranno messi lì
dai partiti in quanto corri-spondano ai loro progetti.
Saranno “maschere”. Mi
auguro che in pochi accet-tino di assumere questo
ruolo».
Insomma, non pone
alcuna fiducia nella
Convenzione?
«Mah. La Costituzio-ne, all’art. 138, prevede
un procedimento lineare
per mutare la Carta. Si vuole,
invece, una procedura, per co-sì dire, blindata, dapprima la
Convenzione, poi il voto bloccato
delle Camere: o sì, o no, senza
emendamenti. Mi chiedo come
possano i parlamentari accettare
una simile umiliazione. Una pro-cedura complicata ma anche to-talmente estranea alla Costituzio-ne. Per questo, si prevede — solo
dopo — una ratifica con legge co-stituzionale, che è essa stessa la
confessione che si agisce contro la
Costituzione».
Ma i parlamentari avranno il
potere di riformare, almeno nelle
commissioni competenti, o no?
«I nostri politici “costituenti”
hanno un mandato? Chi li ha au-torizzati? Sono stati eletti per que-sto? Basta la retorica delle riforme
per legittimarli? Il 2 giugno ci tro-veremo per dire non solo che i
contenuti della controriforma
non ci piacciono, ma anche che il
metodo è sospetto. Sono in gioco
nodi cruciali della nostra vita, non
fredde operazioni di ingegneria
costituzionale, come si vuol far
credere. Lavoro, uguaglianza, giu-stizia sociale, diritti di tutti, cultu-ra, salute, legalità, trasparenza:
cose possibili in democrazia,
quando la si espande. Difficili o
impossibili, quando la si restrin-ge
Iscriviti a:
Commenti (Atom)