L CASO Edward Snowden di-mostra che le democrazie sono
cambiate per sempre. La rete
ha modificato il lavoro di intelli-gence che sino ad ora aveva carat-terizzato i servizi segreti del piane-ta. Ha sottratto le informazioni dal-la disponibilità di pochi e le ha mes-se potenzialmente nella disponibi-lità di tutti. La rete ha posto fine a
una prassi secondo cui le potenze
raccoglievano e gestivano infor-mazioni che, nel silenzio, serviva-no a mantenere equilibri di potere N
el 1956 il Mossad riesce a individuare
una copia del rapporto di Kruscev sui
crimini di Stalin. Un documento che
avrebbe cambiato per sempre il mon-do, ma che non fu, allora, reso pubblico. La forza
dell’intelligence era la segretezza: i vertici sape-vano? Ma la gran parte delle persone no.
La forza di un’informazione risiedeva proprio
nel fatto che fosse privata: chi la possedeva era un
privilegiato. Oggi le cose sono completamente di-verse. Oggi c’è il web, innanzitutto, che tende a
diffondere rapidamente notizia o pseudo-noti-zia: il web è un mare magnum dove si può trovare
chiunque e qualsiasi cosa. È difficilissimo, talvol-ta praticamente impossibile, discernere il vero
dal falso: teorici del complotto che si esercitano su
ogni episodio, video che sembrano autentici si ri-velano fake, blogger dediti all’arte della denigra-zione. Nemmeno il metro della quantità è un cri-terio utile: migliaia di «mi piace» su Facebook o
centinaia di retweet non sono garanzia né di veri-dicità né prova di un reale interesse. Si concede un
apprezzamento massificato a idiozie, si diffon-dono notizie prive di sostanza o, peggio, false.
Ma allo stesso tempo verità importanti che un
tempo restavano segrete, o confinate in nicchie
che nessuno scopriva, con la rete giungono im-mediatamente a tutti. Ad esempio: un filmato ri-preso con un telefonino sulle violenze della poli-zia non potrà mai più essere nascosto. In una si-tuazione del genere, i giornali, i media classici, si
trovano davanti al compito difficilissimo di fun-gere da setacci volti a filtrare solo le notizie a pro-va di verifiche. I siti dei quotidiani oggi hanno
questo ruolo cruciale: costruire autorevolezza.
Eppure tale ruolo è minato nella sua credibilità
dagli evidenti condizionamenti politici e ancor
più economici che gravano sugli assetti e bilanci
di molti dei media tradizionali: fragilità economi-ca innescata proprio dalla trasmigrazione in rete
della fruizione di notizie.
In questo smottamento generale del sistema
dell’informazione, si giunge allo snodo Edward
Snowden. La sua vicenda richiama quella di Ju-lian Assange, anche se i metodi per far saltare i di-spositivi di segretezza sono molto diversi. Ma As-sange prima e Snowden poi, da soli, riescono a
mettere in crisi sistemi complessi per un motivo
semplice: si fanno network. In passato possesso-ri di informazioni potevano essere eliminati facil-mente, oggi nessun Michelotto Corella, il boia
mandato da Cesare Borgia a eliminare i nemici
che sapevano troppo, potrebbe cancellare o bloc-care i file che vengono prodotti.
Julian Assange comprende che basta un unico
tassello che porti informazioni fuori dalla struttu-ra perché l’intera struttura crolli. Quel che rende
forte un’azienda o uno Stato è che ciò che accade
al suo interno rimanga cono-sciuto soltanto a pochi o che
venga decodificato, tradotto,
prima di essere diffuso. Invece
Assange prima e ora Snowden
hanno fatto in modo che quelle
informazioni raggiungessero il
web senza filtro, mediazione,
spiegazioni. Wikileaks non fa
altro che creare una piattafor-ma digitale dove possono esse-re riversate informazioni: As-sange garantisce che siano autentiche ma non
può esser certo che non siano state manipolate o
diffuse con fini manipolatori. Sarà la rete a deco-dificarlo.
È evidente che questo offre il fianco a molte
contraddizioni. La rete è aperta a tutti, anche a chi
fa circolare menzogne. (Del resto, Assange questo
meccanismo lo conosce bene, l’ha sperimentato
sulla propria pelle: esistono blog e troll che co-stantemente lavorano sul web per delegittimar-lo). Nonostante questo rischio le rivelazioni di
Wikileaks hanno fatto tremare il potere perché
hanno fornito delle prove. Questo è il vero centro
della riflessione. Proprio qui è la differenza tra il
mondo liberale e i tribunali ri-voluzionari di qualsiasi stam-po. Le controinchieste in stile
brigatista che ancora oggi si
possono trovare in rete sui siti di
estremisti di ogni colore, si ba-sano su generiche condanne
del «sistema» dalle quali veniva
dedotta la colpevolezza dei suoi
esponenti. Non serve avere
prove: banche, politici, ameri-cani, imprenditori, attori, tutti
sono colpevoli e criminali nella loro essenza di ca-pitalisti, o occidentali, dipende dal punto di vista.
È l’ideologia a emettere la sentenza. Assange in-vece raccoglie documenti, Snowden diffonde fat-ti di cui è a conoscenza. In qualche misura sono
dentro la democrazia non sono, come vogliono
dimostrare i loro detrattori, contro la democra-zia. Non hanno il profilo del gruppo rivoluziona-rio o terrorista che costruisce teoremi. Hanno
prove, fanno venire alla luce comportamenti
scorretti, alleanze trasversali, patti segreti, spio-naggi inconfessabili.
Oggi la grande sfida sta nel rivolgersi alla de-mocrazia, all’approfondimento puntuale dei
meccanismi di controllo del suo funzionamento.
Le informazioni divulgate da Assange e Snowden
sono decisive: forse non sono cruciali, forse non
cambiano davvero la nostra conoscenza di quel
che accade nel mondo, forse confermano sospet-ti che avevamo già. Ad esempio: potevamo im-maginare che i servizi segreti spiassero non solo
milioni di cittadini ma anche le diplomazie dei
paesi alleati: ma c’è una differenza sostanziale tra
avere un sospetto e avere una prova di questo.
Ma c’è un’altra faccia della medaglia: se la se-gretezza sta diventando impossibile anche la pri-vacy, elemento sacro per mantenere la propria di-gnità, rischia di essere per sempre violata. Si può
calpestare la privacy dei cattivi affari? Si deve far
saltare la segretezza degli affari criminali, per
esempio. Ma non quella personale, il dettaglio
privato, qualunque dettaglio riferito a qualsiasi
persona ne mini la reputazione o la renda anche
solo ridicola. I grandi media iniziano a porsi dei li-miti e a decidere cosa pubblicare e cosa no: veri-ficano e decidono non solo cosa è vero e cosa è fal-so ma anche cosa è importante e cosa no per l’o-pinione pubblica. Il resto è affidato all’autarchia
e all’anarchia della rete: cioè alla responsabilità
dei singoli che premono il tasto invia e stabilisco-no cosa va on line. Quale mondo sta venendo fuo-ri? Un mondo in cui è impossibile difendersi. Ma
soprattutto un mondo dove sta diventando sem-pre più difficile difendere l’informazione e valu-tarne l’attendibilità.
Forse è presto, ma prima o poi, bisognerà por-re il problema delle regole nel vasto mare del web.
Il mondo è cambiato, la fine della segretezza è
un fatto: ma non è in sé garanzia né di democra-zia né di miglioramento dello stato di cose pre-senti. Ci sono molte domande a cui prima bisogna
rispondere: come decodificare il vero dal falso?
Come evitare che questa distruzione di privacy
calpesti i diritti individuali facendo sentire tutti
potenzialmente estorti e deboli? Come permette-re che le informazioni modifichino davvero i
meccanismi del potere? Come evitare che lo stes-so potere avveleni i pozzi del web, manipolando,
indirizzando, diffondendo informazioni a suo
piacimento? Il mondo con Snowden è cambiato
per sempre